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A V V I S O  P R O P E D E U T I C O

 

Riguardo alle affermazioni, alle asserzioni, ai giudizi e anche alle opinioni espresse in questo sito, si fanno sempre salve le eccezioni, che, data la duplicità dell'esperienza umana, perfino in quella religiosa, non mancano mai. Un tanto, per non sentirsi ripetere stupidamente la frase, ormai logora a un punto tale, da non dire più niente, che "non si può fare di ogni erba un fascio", frase molto nota ai politici che, per giustificare le loro magagne o i loro intrallazzi, usano ripeterla a ogni piè sospinto, anche dove l'uso di essa non avrebbe senso!

 

 

 

                      

PRIMA PARTE

P R E F A Z I O N E

Della storia delle isole felici, ammesso che si sappia dove si trovino, nessuno ha mai parlato, ne parla o mai ne parlerà. D'altronde, niente essa potrebbe fare per noi, se non enumerarci una serie sempre uguale di azioni. In fondo, e a pensarla in tal modo si crede di non essere gli unici, essere felici deve essere un lavoraccio alquanto noioso, nient'affatto stimolante poiché non avrebbe bisogno di progresso e ciò porterebbe alla naturale buona essenza di ognuno che compirebbe sempre le stesse buone azioni, sarebbe sempre gentile con tutti, non bestemmierebbe, non maledirebbe i governi e non vitupererebbe tutto ciò che farebbero i politici ed i giornalisti, che sarebbero buoni per grazia di dio e volontà della Nazione. Ammesso, però, che una simile situazione possa esistere, poi, a lungo andare, che succederebbe? Naturalmente, fare sempre le stesse cose, come mangiare ogni giorno la stessa minestra che fa bene alla nostra salute, persino dare gli stessi baci al proprio o alla propria amante, diventerebbe una cosa stucchevole a causa della ripetitività, senza che alcuna sorpresa intervenga a interrompere la monotonia. In tal caso, non sarebbe come morire? Mi pare di sentire, a questo punto, uno degli eterni ospiti di talk-show  (lo si dice qui, una volta per sempre che in italiano le parole straniere al plurale restano invariate, per cui aggiungervi una esse alla fine per formare il plurale, come in inglese, è un ignobile quanto inutile saccentismo linguistico, cosa molto abituale fra i giornalisti, per molti dei quali l'accentazione delle parole italiane - per non parlare, per carità di patria, di quelle straniere, per le quali ogni libertà è lecita - è un mistero irrisolvibile), alzare la mano ed intervenire (di solito sono i professionisti cui la comparsa in televisione, fosse anche per un solo attimo, aumenta di molto il  volume degli affari), per cominciare, con voce flautata, simile al suggestivo (solo per gli uccelli) richiamo della shakespeariana allodola, a pontificare a destra e a manca, affermando che sì... la felicità è un'aspirazione intima dei popoli... che ognuno ha diritto di raggiungere la propria parte di essa... che se ciò non accade è meglio recarsi dallo psicanalista, pagargli duecento euro per ogni seduta e farsi... analizzare, per, alla fine della storia, trovarsi allo stesso stadio di prima, perché non è il singolo che deve essere psicanalizzato, ma l'intera società, a cominciare da coloro che sono i padroni del vapore, come si diceva una volta. Che bravi!

In queste pagine si parlerà di giornalismo, come non farebbero mai i giornalisti stessi. Si parlerà non del buon giornalismo -  sempre ammesso che si sappia in quale misura esista e in quali siti nascosti riesca a vivere - , ma di quello che penetra più o meno subdolamente nelle case e che si illude di formare opinioni, riuscendogli molto difficilmente, non tanto a causa del professato falso intendimento, almeno a parole, del concetto di libertà di espressione, cosa su cui bisogna intendersi, quanto a causa della congerie di cose che su uno schermo possano apparire. Spesso quei servizi giornalistici distraggono le menti degli spettatori, la cui maggioranza non è certo in possesso di studi particolari, di diplomi universitari o di reiterate letture, cose tutte, queste, che unicamente potrebbero concedere ad essa una capacità critica, cioè un bagaglio di idee e, quindi, di prove contrarie, su quanto viene affermato, spesso apoditticamente se non anodinamente, senza che i fini dicitori, i giornalisti sapientoni, le annunciatrici e gli annunziatori, o, se volete, gli speaker televisivi riescano ad avvertire il pur piccolo dei bisogni di esibire, insieme ai ragionamenti (falsi o pseudo) delle prove. Questo, però, sembra essere, non so se definirlo vizio o virtù, se non una regressione logica, restando comunque una caratteristica della nazione italica, dato che affermazioni strane e generiche, prive di alcuna prova che possa qualificarle, al massimo possono restare delle genericità da fattucchiera le cui furbesche e truffaldine divinazioni valgono, allo stesso tempo, per tutti e in ogni situazione. Purtroppo, può accadere che quest'ultima o tutti quelli che ad essa possono accoppiarsi, abbiano la faccia tosta per affermare che la loro opera sia frutto di una pretesa e attenta ricerca scientifica, ma la cosa è solo apparente. Si comportano alla stregua di un canzonettista, nell'ambito della musica in genere, la cui opera venga paragonata e dichiarata di uguale valore ed impegno a quella di un Mozart (con la zeta aspra e mai dolce, per intendersi, non quella di zucchero - questo con la zeta dolce). I giornalisti che conducono programmi della specie di quelli indicati più sopra,  si dibattono fra una banalità e un serio concetto che, anzitutto, andrebbe dimostrato e non solo spiegato. In questo caso, si partirebbe da una cosa che si assumerebbe certa in partenza, che, ammesso che ciò fosse una virtù, non eliminerebbe affatto i dubbi. Queste operazioni, secondo cui lui asserisce muoversi l'informazione, cadono nella mente di persone incapaci a saper distinguere il vero dal falso, il contraffatto dal reale, perché non ne possiedono i mezzi; qui non si parla di strumenti tecnici, di macchine, quanto di mezzi mentali, quali il rigore di un metodo scientifico, sempre a parte se si sappia cosa significhi quest'ultimo. In corpi, istituzioni, enti, raggruppamenti e così via, pubblici o privati che siano, composti da numerosi uomini, è più che naturale che alcuni siano di scarso merito, se non addirittura degli stupidi ed altri, invece, di alto merito e di intelligenza geniale. E' solo questione di percentuale, perché, finché quella degli idioti è piccola, allora l'istituzione mostrerà di sé un buon aspetto, mentre, al contrario, tutto vi apparirà stupido e soprattutto, inutile. E' questo l'unico metodo per giudicare dell'onestà di una classe politica, in cui la corruzione fa parte del suo DNA. Ciò che si può fare è solo limitarla, contenerla in un numero così basso di corrotti, da fare apparire il Parlamento composto da degne persone.

Allo stesso modo si può e si deve parlare dei giornalisti. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi, ma dei buoni si può solo dire che hanno un posto assicurato in paradiso, invece, dei cattivi si può e si deve parlare, se non altro per evitare i loro errori e i loro comportamenti, e sarà ciò l'unico modo per progredire, trasformando qualcosa che non ci piace, che non riteniamo utile allo scopo che, non bisogna mai dimenticarlo, è quello di dire la verità per quanto difficile e complicata questa possa essere, comportandosi lealmente verso tutti.

FINE DELLA PRIMA PARTE

 

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