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A V V I S O P R O P E D E U T I C O
Riguardo alle affermazioni, alle asserzioni, ai giudizi e anche alle opinioni espresse in questo sito, si fanno sempre salve le eccezioni, che, data la duplicità dell'esperienza umana, perfino in quella religiosa, non mancano mai. Un tanto, per non sentirsi ripetere stupidamente la frase, ormai logora a un punto tale, da non dire più niente, che non si può fare di ogni erba un fascio, frase molto nota ai politici che, per giustificare le loro magagne o i loro intrallazzi, usano ripeterla a ogni piè sospinto, anche dove l'uso di essa non avrebbe senso!
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GIORNALISMO TELEVISIVO
o v v e r o
E' PROPRIO TUTT'ORO QUELLO CHE
LUCE? SE, INVECE, FOSSE UN MEZZO
MENTALMENTE REGRESSIVO?
O V V E R O
CHI E' GIO EN BEC?
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1
1) - La caduta del muro di Berlino e l'instaurarsi in Occidente di un nuovo tipo di potere politico-economico.
E' noto o almeno dovrebbe esserlo, come l'umanità, spinta dall'angoscia delle sue paure, durante i secoli del suo progresso, abbia chiesto le risposte alle sue domande, prima al puro piano astratto della metafisica, posto come principio unico o, se si vuole, come creatore non creato, quasi a volere cercare un punto fisso, immutabile, in cui quelle ansie avrebbero potuto acquietarsi, e, dopo, in tempi molto più recenti a noi, alla scienza, intesa, questa, come ricerca e indagine sui fenomeni della natura e spiegazione degli stessi mediante lo scoprimento di principi universali, che possano solo essere completati, ma mai più, una volta che li si sia scoperti, essere eliminati. Alla spiegazione scientifica e, quindi, all'esistenza di una scienza, quale attività speculativa indipendente dai principi metafisici, i filosofi giunsero lentamente, con il tempo e la riflessione, così che, man mano che quelle domande riuscivano ad essere soddisfatte solo con dati rilevati dall'esperienza materiale del mondo, consci o no che ne fossero gli scopritori, abbandonavano quel piano metafisico, quale principio iniziatore e fine di ogni cosa, dando sempre più corpo alla scienza, indicata come il sapere per eccellenza e lasciando la metafisica, oggetto dell'irrazionale, alla speculazione dei religiosi e, per alcuni, alle loro elucubrazioni. Oggi la scienza non è più l'unico piccolo piano generico su cui si possa parlare di tutto. All'ulteriore bisogno di esattezza delle scoperte, alla fisico/matematica, ritenuta la scienza esatta per eccellenza, altre se ne sono aggiunte, dopo che la scienza ha smembrato se stessa in altrettante sottospecie, quali, ad esempio, l'etnologia, l'antropologia, la linguistica, la biologia, l'astronomia ed altre. Tutto ciò, al fine d'ottenere conoscenze sempre più articolate, più particolareggiate, più profonde, più vicine al vero, inteso questo non come principio spirituale, quanto come realtà materiale. Al supporto di quelle scienze, ha pensato l'epistemologia, quale teoria e storia della metodologia scientifica, nella critica ai metodi da usare per la ricerca e alla concettualizzazione dei dati delle scoperte. In definitiva, escludendo la metafisica dai nostri bisogni, il mondo resta ancora legato all'antico concetto greco di caos, da cui l'uomo non può che trarre, nella sua voglia di mettervi ordine e quindi di conoscerlo per impossessarsene, il suo kosmos. La realtà è tutta e solo un continuo divenire e la conoscenza di essa è solo un punto falsamente statico, giacché nella sua perenne ricerca della certezza e quindi dell'immutabilità di quel possesso, la ricerca scientifica gli è necessaria come l'aria che respira. La metafisica resta, quindi, relegata, come attività prettamente suscitata dall'irrazionale, al servizio delle religioni.
Non c'è dubbio che il sapere, come la classica macchia d'olio o d'acqua, non importa, si espande. Quel sapere, però, non raggiunge tutti allo stesso modo, nella stessa quantità e, soprattutto, con la stessa precisione di concetti. Man mano che varia il processo di cultura (intesa come apprendimento scolastico, studio, applicazione, ricerca) e qualità dell'intelligenza, e, quindi, capacità critica, cose che quasi sempre sono dipendenti dalle condizioni economiche dell'individuo, varia anche la percezione della realtà, il sapere o la filosofia, i principi secondo cui si vive e si opera. Se, tanto per fare un esempio, uno scienziato, quindi un uomo fornito di tutte le capacità possibili, avesse fatto un importante scoperta, ammettendo che la notizia di essa sia penetrata in ogni parte del mondo, ebbene, man mano che i principi di quella scoperta penetrano in strati sociali che meno possono giudicarla (in quanto meno forniti degli strumenti atti per poterlo fare, prima proprio quel sapere scientifico e poi qualsiasi altro tipo di sapere, letterario, poetico, commerciale, scolastico etc.), essa perde di precisione fino a ridursi, ai livelli più estremi, ad una nozione deformata a tal punto, da essere irriconoscibile.
Orbene, per quanto molti possono affermare con malcerta... sicurezza, di non vivere affatto secondo le teorie filosofiche, per loro giudicate solo cose buone per chi abbia tempo da perdere - un simile giudizio, detto per inciso, non appartiene solo alla normale, modesta, per mezzi materiali ed intellettivi, persona della strada, quanto, spesso, a coloro dai quali, per professione e posizione sociale, si dovrebbe pretendere il possesso di una cultura più ampia e, quindi, il possesso di una maggiore, e, soprattutto migliore capacità critica, cosa che spesso non è riscontrabile fra gli intellettuali di professione, fra i politici, per non parlare dello strano e convulso mondo del cinema, del teatro e, ancor meno, della televisione -, tuttavia ciò non è esatto, o, perlomeno, non lo sarebbe, qualora si pensasse di essere sempre a conoscenza dei motivi che spingono a compiere un determinato gesto o a tenere un certo comportamento verso il mondo, in genere, verso una determinata persona, in particolare. Spesso le nostre azioni sono determinate, proprio in senso darwiniano, da miti, credenze, abitudini mentali, ormai diventate parte del nostro inconscio per cui solo uno che sia al di fuori di noi può trarre da noi stessi la ragione di un nostro peccare, significando col termine peccare, la trasgressione ad una legge anche non scritta.
E' facile accorgersi, dato che tutto è coram populo, usando di una normale intelligenza e capacità d'osservazione, quanto tutti, ormai, si parli delle stesse cose con gli stessi termini, spesso con intere frasi che si assomigliano come se fossero una copia conforme dell'altra, come questo identico parlare sia, a sua volta, frutto di un identico pensare, di una medesima ideologia, o, meglio, di un'unica mitologia sulla vita, sul modo di pensare, etc. dettata non da principi religiosi o politico/civili, ché, allora, deriverebbe da un sentire, ma da un mondo che ai nostri giorni ha preso stabile piede in un modo che non lascia niente di buono da sperare, cioè, dalla ideologia economica di mercato elevata a legge universale priva di una morale, dato che non le interessa cosa sia bene o male, e, tuttavia, unica che possa regolare i rapporti fra gli uomini, poiché, per dirla con termini... comuni, business is business.
Ad avvalorare la tesi di una completa preponderanza delle ragioni puramente economiche sul vivere umano, è intervenuta la caduta del muro di Berlino. Certo, un evento storico importantissimo che se, per un verso, segna la svolta ed il decadimento, almeno per certuni e non si sa in quali proporzioni, delle ideologie di Sinistra, o, perlomeno, del modo in cui si sono realizzate e in Russia e nei paesi satelliti e in altre parti del mondo, riconoscendo l'efferatezza di certe assemblee elette dal popolo, che nella previsione della creazione del Comunismo sarebbero dovute essere temporanee, ma che già dai primi tempi della loro vita si sono trasformate in dittature, spesso sanguinarie, di coloro che in quelle assemblee erano prevalsi; per altro verso, il liberalismo, che nella sua essenza limitava il potere alle opinioni prevalenti, alle migliori, in una continua discussione, ha finito per essere preda del capitalismo più spietato, inesorabilmente teso, più che all'accumulazione, alla corruzione dell'esistente da adattare alle sue esigenze, non ha minimamente creato un sistema di vita alternativa a quelle democrazie che andasse bene per tutti, nessuno escluso.
Certo, bisognerebbe rileggersi Fourier, Owen, Mill e tanti altri che hanno scritto per il socialismo e per il liberalismo. Il continuo dibattere di quest'ultimo concedente più o meno quanto richiesto dalle parti, ha finito per snaturare da un lato il sindacalismo e dall'altro quel che di buono poteva esserci nel vecchio liberalismo, cioè, almeno la buona fede di coloro che vi avessero posseduto le opinioni migliori.
La caduta del muro di Berlino, quindi, più che segnare la fine dell'epoca del comunismo trionfante o del capitalismo regnante, perché le epoche se finiscono non cessano di vivere di colpo o solo in relazione ad una parte sola, specie oggi che i rapporti politici ed economici hanno teso una fitta rete che avviluppa tutte le nazioni, ebbene, quella caduta non fa che segnare apparentemente un ritorno a posizioni più arretrate, vedi la riunione germanica o la riacquistata euforia del capitalismo. In effetti ha solo fatto prevalere il potere delle leggi economiche, come a dire che l'economia con i suoi apparenti dogmi si è assisa saldamente sulle nazioni almeno su quelle occidentali, facendola da padrona in modo ancora più assoluto dei primi, e le cui conseguenze si protrarranno a lungo: d'ora in poi in Europa ed in America saranno le banche ad avere il predominio su tutto, ivi compreso la politica. Si fa sempre finta d'ignorare che, in fondo, i maneggioni di tale sistema si riducono a pochi grandi e misteriosi finanzieri o grandi gruppi di società internazionali, che agiscono al di sopra dell'idea di nazione, in ciò mostrando un eclettismo molto superiore a quello di ciceroniana memoria)
2) - L'industria del divertimento
L'economia, quindi, con tutti i suoi principi, la fa, come d'altronde è sempre stato, ma oggi più che mai, da padrona sulle attività umane, segnandone usi, costumi, preferenze, fini, il tutto, però, astratto da ogni regola che non sia quella discendente dai concetti puramente economici e, spesso, prescindendo da quella pace non firmata che è insita nel concetto di libera concorrenza, nel senso che alle volte la concorrenza è tanto libera da danneggiare i suoi stessi concorrenti. Questa la dice lunga sul cannibalismo del capitale.
E' facile fare una differenza fra l'industrialesimo ottocentesco, dal punto di vista di specie di merci prodotte, e quello del novecento, appena trascorso, com'è altrettanto facile, ictu oculi, accorgersi come l'industria che supera ogni altra per importanza, ubiquità, nel senso che non esiste luogo, specie nel mondo occidentale, dove non sia presente per numero d'addetti, per entità degli interessi e, quindi, dei profitti, sia quella del divertimento. Essa si articola nei modi più disparati e, si potrebbe anche dire, più fantastici. Dalla piece teatrale al soggiorno in luoghi esotici, dalla produzione di un giocattolo per bambini a quello di una racchetta da tennis per l'appassionato tennista, ai film, ai romanzetti rosa, ai servizi giornalistici sportivi, e, non ultima, alla divulgazione della cultura, il servizio peggiore che si potesse rendere a quest'ultima.
La necessità di tale industria è pari a quella di altre, vitali per gli esseri umani, quali, ad esempio, quelle alimentari, fra le quali si potrebbero operare delle distinzioni, in relazione alla specie di produzione, fra quelle che servono proprio al soddisfacimento dei bisogni primari dell'alimentazione, e quelle che servono a soddisfare solo desideri raramente uniti ai primi. Insomma, il pane è indispensabile al sostentamento, la consumazione di un dolcetto, per esempio, se non è un puro atto di gratuita golosità, spesso serve solo a dare maggior importanza a certe ricorrenze familiari o, se si è credenti, si può rendere più solenne una qualche ricorrenza religiosa, in ciò, forse inconsciamente rifacendosi ad antichi riti sacrificali. Tutto sommato, nel mondo occidentale, in quello del cosiddetto benessere, nessuno potrebbe affermare d'essere un disgraziato o, peggio ancora, un emarginato, solo perché non ha avuto la sua brava fetta di torta a Natale, sempre se prima non abbia soddisfatto, per sua volontà o per volontà altrui, i bisogni primari del nutrirsi, perché il mangiare è solo un atto naturalmente generico.
Chiunque produca, non importa che cosa, sa che se la sua merce non fosse conosciuta, potrebbe poco sperare in un guadagno, fosse anche per riprenderci le cosiddette spese di produzione. Al fine di quella conoscibilità dei prodotti , lapalissianamente detto, ci si serve della pubblicità, che non solo a quel fine è diretta, quanto è l'arte di convincere la gente a comprare. E' questo secondo fine il più importante e quello su cui si appuntano gli sforzi maggiori dei pubblicitari. Quale mezzo, allora, è più efficace al fine di convincere una persona a fare o a non fare qualcosa, se non quello della suggestione? Suggestionare è agire nascostamente (non si allude qui alla pubblicità occulta): per far questo, però, non ci si può mantenere, per esempio, ad un linguaggio aulico, rarefatto, con uso di vocaboli non abituali ed appartenenti ad un linguaggio più dotto, oltre a costruzioni e giri di frase complicati (cosa, questa, fra l'altro, aborrita dagli editori che, sottintendendo una difficoltà alla lettura, temono un insuccesso del libro da pubblicare). Bisogna, allora, proprio al fine di raggiungere il maggior numero di persone possibile, scendere al livello cui potrebbe o dovrebbe trovarsi, nelle previsioni di chi compie queste operazioni truffaldine, la maggioranza delle persone o, meglio, dei consumatori, i quali, se nessuno lo avesse notato, sono gli unici che l'IVA, in Italia, la pagano, perché essa è indivisibile dal prezzo. Qual è questo livello? Soprattutto, in che cosa deve consistere l'operazione di decadimento, se non di regresso, che bisogna compiere per quel fine suddetto, cioè, per abbracciare, nell'opera di convincimento, il maggior numero di persone? L'unico mezzo per provare il possesso di un minimo di cultura e, quindi, di una capacità critica, è conoscere il titolo di studio posseduto dalle persone oggetto del convincimento. Insomma, questo lettore, ascoltatore, spettatore e, non ultimo, acquirente medio, deve essere munito della licenza di quinta elementare o deve essere in possesso di tre lauree? Chiederlo ai giornalisti significa farsi guardare a bocca aperta, con una chiara espressione di sbalordimento sul viso, dato che, per loro, definire una tal questione, non è importante, sempre ammesso che una qualche domanda in proposito se la siano posta e che almeno una riflessione, fosse anche durata un centesimo di secondo, l'abbiano di conseguenza fatta. Da tutto ciò non può che discendere un concetto di medietà mobilissimo a seconda degli interessi, non solo, ma è anche un qualcosa soggetto a continue trasformazioni, adattabile ad ogni occasione, evenienza da sfruttare.
Dunque, chi deve vendere, deve creare una suggestione, la più efficace possibile, ma non può farlo se non scende di qualità nella sua opera di convincimento. D'altro verso, è innegabile che, per se stesso, un inserto pubblicitario è un uso arrogante e rozzo di un'antica arte che si chiamava e continua a chiamarsi retorica. Nessuno suppone nei pubblicitari (le eccezioni, bisogna proprio dirlo, anche se può apparire banale, confermano sempre la regola), come sarebbe di prammatica, studi avvincenti e particolari di retorica e né di psicologia. Tutto ciò che essi di queste posseggono sono solo delle rozze imprecise, se non piccole nozioni, d'altronde non affatto elevantesi a sistema - perché, allora, propedeutico sarebbe perlomeno la conoscenza indubitabile di una qualche nozione di epistemologia -, derivate loro dalla praticaccia del loro mestiere, in cui chi vi opera è guidato solo da un senso cinico della vita, intesa come legge della giungla, dove vince sempre il più forte, derivante, quale concetto, dalla grande lotta che i capitalisti combattono fra loro, da quella, come è già stato detto, definizione aureolata, miticizzata ed edulcorata racchiusa nella frase "concorrenza di mercato".
Dunque, qualunque siano le cose prodotte dalle industrie, queste devono indurre conseguentemente le persone a certe abitudini e non ad altre, abitudini che possono essere suggerite, quasi costruite nell'inconscio dei consumatori a mezzo della pubblicità.
Potrebbe sembrare che le cose prodotte per la soddisfazione dei bisogni elementari, nutrirsi, vestirsi, avere un tetto sulla testa etc., non dovessero avere bisogno di essere pubblicizzate, ma non sarebbe vero, poiché, ad esempio, le industrie alimentari non sono più paragonabili al vecchio forno sotto casa e per numero e per quantità di produzione e, quindi, è necessario servirsi della pubblicità. D'altro lato, la maggioranza delle cose prodotte, a rigor di logica, non sono quelle necessarie alla vita, ma sono cose di secondaria importanza. Ebbene, uno dei mezzi usati per il convincimento, fosse il più comune, è quello della nobilitazione di cose da sempre ritenute di minor valore o importanza, procedendo con un'operazione contraria, cioè, alla denobilitazione di quelle che valore ed importanza lo possedevano. Se l'acquisizione di un linguaggio tipico in ogni professione è una cosa che viene con l'abitudine ad un dato lavoro e con la familiarità che con esso si acquista col tempo, tuttavia al di fuori dell'ambito di quello, quel linguaggio serve poco a manifestare tutto ciò esuli da esso o che con esso niente abbia a che fare. Orbene, spostare il linguaggio tipico dell'ambito di un certo lavoro, è tipico, a sua volta, di quell'opera di nobilitazione di cose che nella considerazione dei più sono sempre stati di minore importanza se, addirittura, non ne avessero posseduta alcuna. Conseguenza di tale procedura è la convinzione da parte dei più, spesso di persone in cui dovrebbe essere difficile riscontrarvelo, che, al contrario, dovrebbero tenere un comportamento perlomeno risentito se non offeso, che tutti possono tutto, riferendosi al possesso di qualità più o meno artistiche, dando valore a che, nonostante affermazioni altisonanti, non riescono che ad esprimere, come il vestito nuovo dell'imperatore, il nulla più perfetto. Basta pensare, per esempio, alla parola "concerto" applicata a quelle oceaniche adunanze popolari nelle manifestazioni di musica rock. In tal modo viene resa accettabile anche l'immondizia, certo, nel caso in cui la sua esposizione non fosse corroborata da un concetto valido ed accettabile, non soltanto opinabile, per il significato che si fosse voluto affibbiarle. L'eccelso è stato strappato dell'empireo cui apparteneva e sbattuto in terra dove ha trovato per compagno, non certo al duolo, l'abominevole, che da tale compagnia si è sentito gratificato, e tutti e due resi innocui sono stati asserviti agli unici fini del guadagno, di modo che li si può rigettare solo soffocando la coscienza che di essi si può avere, o accettarli in toto, senza alcuna critica: non c'è via di mezzo.
Tutto ciò, per altra causa, è possibile, poiché, per quanto ai nostri tempi si sia nell'era delle immagini, tuttavia, queste, specie per ciò che riguarda l'arte visiva moderna, pittura, scultura, sono quanto mai ingannatrici, in quanto non dicono ciò che mostrano, non significano ciò che si vede. Un tempo, si pensi ai grandi affreschi medievali, l'arte pittorica era, fra l'altro, un'illustrazione dei libri sacri e, allo stesso tempo, una ammaestramento morale, oltre che un opera di predominio delle classi di potere, certo un ammaestramento della morale religiosa, dato che in quei secoli, non importa qualunque fosse stata la forma di governo, più spesso si trattava di monarchie, il potere assumeva una forma sacrale o religiosa. A tal proposito, basta rifarsi all'uso della divinizzazione degli imperatori romani a datare dal I° secolo d.C., riuscendo odioso ai Romani pensare al potere di un solo uomo, qual era quello dell'imperatore. Quella divinizzazione, poi, nel medio evo è continuata con l'incoronazione da parte dei Papi dei re, francesi o tedeschi che fossero, l'ultimo di quali fu il rivoluzionario Napoleone che, proprio in un impellente istanza di nobilitazione, rimise in auge un fasto ormai non più in uso.
Orbene, nessuno capirebbe, se proprio di capire si tratta e non della constatazione/verifica di un fatto pittorico, un'opera di Picasso, di Chagall, di Lichtenstein, di Pollock, Sutherland e di Warhol ed altri, se a monte non disponesse di informazioni destinate ad essere verificate, come si farebbe con un conto. L'interpretazione personale certo è inevitabile, ma l'arte moderna ha subito gli influssi dei procedimenti scientifici o, almeno, lo ha fatto in apparenza, in superficie e ciò le toglie quanto di sentimentale avesse potuto possedere la vecchia arte figurativa.
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Quindi, la suggestione! Sembrerebbe davvero strano, se il meccanismo insito in essa non fosse usato anche dall'industria del divertimento, anzi, in questa essa sembra assumere aspetti, oltre che inusitati, veramente eclatanti e assolutamente esemplari per il loro dirompente effetto.
Ciò che l'industria del divertimento mostra, dal cinema allo spettacolo di canzonette, dalla partita di calcio alla visita di una mostra fotografica o all'esposizione, per esempio, con l'inseparabile fetore che da esse può essere emanato, delle scarpette di una celebre danzatrice, quasi un feticismo popolare, è solo un'artificiosità della vita, il cui filo pur seguendola, è completamente avulso da ogni riferimento alla realtà.
Passando all'attività giornalistica che, per quanto strano possa apparire, tuttavia può interamente essere compresa in quella del divertimento, a tal punto, che non si può non essere d'accordo con colui che ha affermato essere la televisione, in particolare - e aggiungo, i giornali e le radio e ogni e qualsiasi altro mezzo che in teoria, o nelle velleità di chi se ne serve, dovrebbe esser adibito alla comunicazione - , solo un mondo a sé stante, con le sue leggi, i suoi usi e costumi e, in special modo, con i suoi fini particolari che non possono essere che uno: il trarre il maggior guadagno possibile da quelle attività. Quando, però, a tal fine, al punto di renderlo non solo lecito, ma augurabile anche per chi non vi avesse interesse perché non ne possiederebbe neanche un chiodo, dichiara che il suo lavoro è rendere un pubblico servizio, allora bisogna insorgere e dire le cose come stanno, perché, come si diceva un tempo, alla beffa si aggiungerebbe il danno. In realtà, al fine di definire una trasmissione realmente un servizio pubblico, dovrebbe essere mandata in onda indefinitamente, senza sosta alcuna, tipo qualche giorno di riposo o stasi momentanee dovute alla rotazione del personale o al reperimento di materiale utile al programma. In caso contrario, sarebbe come dire che un ospedale pubblico non accetterebbe gli ammalati se non in certe epoche o in certi giorni, e solo secondo criteri di convenienza o meno, cose, queste, impensabili oltre che inaccettabili. Insomma, se la RAI, in un programma di ricerca di persone scomparse, alla contestazione di sfruttare i guai e i dolori della gente risponde che lei effettua, in quel caso, un servizio pubblico, ad essa si deve rispondere che, appunto perché tale, quella trasmissione non dovrebbe non solo cessare, ma che non potrebbe rifiutare nessuno che a lei si rivolgesse. Ciò che in realtà la RAI fa, è usare di quel potere di scelta dei casi di scomparsa da mandare in onda, che, a loro volta, devono soddisfare appieno al criterio di facile, anzi, facilissima spettacolarità e quindi di richiamo maggiore possibile, approfittando del sentimentalismo delle persone semplici - per intendersi, quello della lacrimuccia, mentre si è teneramente abbracciati al proprio fidanzato o fidanzata, in riva al mare, al cospetto di un tramonto, di per sé stesso una cosa assolutamente abominevole (detto per inciso, è il meccanismo delle canzonette, qualunque sia il nome o la definizione che ad esse si voglia imporre o con cui le si voglia battezzare) -, che, come si sa, è altra cosa che l'espressione di un vero sentimento, essendo il primo solo un surrogato del secondo. Questo modo di fare non è un prospettare del divertimento? La nota più amara e deludente è costatare come la realtà, quindi, ci venga filtrata dalla cultura del giornalista (qui si parla di giornalismo come unica professione o come professione primaria rispetto ad altre attività, anche se il giornalista alle volte pubblica dei libri), cultura che è doveroso mettere in dubbio, e che, oltre a non raggiungere, anche qui, se non negli sporadicissimi casi di cui sopra livelli eccelsi, non fa che confermare l'esistenza del potere distruttivo che il mezzo possiede ed esercita e che, si può anche dire senza tema di smentita, non lascia niente d'intentato.
La realtà giunge allo spettatore, all'ascoltatore, mediata dalla persona che l'ha selezionata e che la racconta con parole che ubbidiscono, da bravi soldatini, al tipo e alla qualità del sapere che lo speaker possiede. D'altronde, il modo diretto di apprenderla, una notizia, soffrirebbe della stessa impotenza di colui che vorrebbe una giustizia celebrata sotto l'albero, dove tutti gli abitanti di un paese, quando si era in pochi, avrebbero potuto assistervi. Siamo troppi su questa terra e i fatti che oggi accadono sono molto più numerosi di quelli che accadevano ieri e oggi meno di domani, ma quanti di quei fatti ci vengono riferiti? Fatta la debita proporzione fra le cose che giornalmente accadono e quelle che ci vengono riferite, il risultato è prossimo allo zero e quindi inesistente.
E' plausibile affermare che nel mondo, in un solo giorno, accadono milioni di fatti, quali omicidi, elezioni, segreti svelati, congiure sventate, tradimenti sofferti, truffe, rapine, violenze pubbliche e private, etc.? Certo, da un giornale non si potrebbe pretendere che le pubblicasse tutte, né si potrebbe pretendere che ne pubblicasse centomila, né diecimila, né mille, né cento, ma riferirne solo tre o quattro si finisce per esagerare in senso opposto. Quindi, la realtà, oltre ad essere mediata, ci viene raccontata solo in minima parte, tanto piccola che potrebbe quasi non esistere. Allora. di che cosa veniamo informati?
Si obietterà, ammesso che sia così, è innegabile che il giornalista è costretto a scegliere. Sì, certo! E' proprio questa possibilità di scelta, il fulcro esatto dove risiede il potere della stampa, che induce in inganno, perché, se si è in possesso di cultura, quindi se si è, non solo, in possesso di informazioni o nozioni basilari, ma anche se si sa cosa sia realmente l'uso della razionalità per quelle usare e se si conoscono le sue leggi, e, soprattutto, se si è onesti per non essere legati a entourage politiche o economiche, si potrà dire di essere in possesso di una capacità critica rilevante a capire la vera essenza di una notizia, la sua importanza, l'impatto sulla vita di coloro cui viene detta. Tutto ciò in cui quella scelta si risolve è nel vedere quanto esaltante possa essere la notizia per fare colpo e, quindi, quanto possa rendere remunerabile il programma televisivo. Intelligenza, etica, prudenza e, soprattutto, discrezione, non sono qualità il cui possesso, nel giornalista, sia indispensabile, perché anche se esistessero, esse resterebbero tranquillamente inoperose, dato che, spesso, purtroppo, è l'ambiente a dettare l'azione degli uomini ed il conseguente comportamento morale personale, se non la morale di tutti coloro che in quell'ambiente vivono ed operano.
Trasmettere una notizia è anzitutto un fatto culturale, ciò inteso nel senso tecnico della parola, come acquisizione della conoscenza di un mondo, al di là delle parole, che vive e opera e che quindi solo se chi racconta sia in possesso di capacità, che, in fondo, è quella del discernimento, della prudenza e discrezionalità. Che, poi, stando al Delfico, la storia non insegna nulla, dato che essa è costituita da avvenimenti riferiti da un altro, quindi peccanti di imprecisione, inesattezze, etc,, non discrimina dalla sua conoscenza. A prova di quanto affermato, basta aprire un qualsiasi libro scritto da un giornalista, cioè da una persona in cui l'attività di giornalista sia preminente su altre che possono quietamente essere definite hobby. Al massimo, in esso (anche e specialmente nei casi in cui esso riporti, più o meno fedelmente, le confessioni del politico preso di mira o di un eventuale colpevole di un qualche fatto inteso come crimine, quale garanzia si ha che esse siano una verità se il giornalista, colui che le riporta, non la dimostri?) si può leggere un certo numero di notizie poste una dietro l'altra, a mo' di lista della spesa, senza che nessun tentativo di interpretazione (per interpretazione si deve intendere l'inquadramento del fatto in un'ipotesi teorica, discuterla, metterla alla prova e, infine, dichiararne la validità o meno, vedi teoria interpretativa antropologica, linguistica, filosofica o scientifica nel vero senso della parola etc.) delle stesse intervenga ad illuminarle e ciò perché colui che le espone è totalmente privo di una qualsiasi capacità, al fine di dare una ragione di quegli avvenimenti e non una semplice monotona insoddisfacente esposizione cronologica. Può accadere che un simile tentativo di interpretazione, certo solo in modo inconscio, per altro verso, possa avvenire, ma ciò che in quel caso ne risulta è solo una meschina moralizzazione personale dell'evento, cosa che spesso crea del ridicolo e delle amare considerazioni sulla cultura e l'intelligenza del giornalista. Al tempo della alluvione della Valtellina, un giovane giornalista - che fosse giovane lo si capiva dalla voce (non dico la regione di appartenenza, sicuramente si leverebbero alte lamentazioni) - in una cronaca radiofonica dell'avvenimento narrava di avvicinarsi ad una povera donna che sta seduta su un muretto con le mani in mano a guardare l'acqua tumultuosa del fiume. Avvicinatosi alla stessa e fattale la abituale idiota domanda di cosa ci facesse lì, seduta a guardare sconsolatamente le acque e cosa avesse provato lei, la povera donna, in tutto quello sfacelo, la stesa riferiva, spazientita, che nient'altro avrebbe potuto fare, se non guardare le macerie della sua casa trascinata via dalle onde e che ciò che aveva provato era fifa. A questa parola, non si sa quale sia stato il meccanismo psicologico che l'abbia fatto scattare e né quale cultura linguistica abbia posseduto, quell'ineffabile giornalista esplode in uno di quei chiarimenti non richiesti, ma errati, che, se non l'avesse dato, sarebbe stato meglio: "Traduco, per coloro che non sono lombardi, il termine fifa significa paura;"dimenticando che quel fifa, ammesso che fosse di origine lombarda, era da anni ormai una parola di pubblico dominio, specie da quando era stato proiettato nelle sale d'Italia il film "Totò, fifa e arena", che parodiava il film "Sangue e arena". A che l'esplicitazione di tanta abissale incultura? Se sono questi i giornali, allora libera nos domine (è solo un modo di dire), poveri noi! Di tali esempi se ne potrebbero citare migliaia. Si badi bene che in se stessi quegli strafalcioni resterebbero quello che sono, ma se si volesse verificare il grado di sapere, essi sarebbero rivelatori, almeno accuserebbero di una certa indolenza mentale colui che mettesse poca cura nell'informarsi della reale esatta pronuncia delle parole, specie di quelle straniere e non si assisterebbe alla strana metamorfosi di Johann Sebastian Bach ribattezzato come Gioen Bec, perché chi ne ha sbagliato la pronuncia ha frequentato in fretta e furia un acceleratissimo corso d'inglese, magari americano, l'inglese più di moda, arrogandosi il diritto di leggere come questa lingua anche le altre.
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Ripetitività e relativa ossessione degli slogan
La caduta del muro di Berlino! La frase non fa che ricopiarne quasi per intero un'altra che è chiusa nella memoria scolastica di ognuno che sia stato un liceale: la caduta dell'Impero Romano. Come tutti gli slogan, anche quello berlinese è stato appreso con facilità da tutti. In fondo c'era solo da ricordare quattro parole ed in ciò si era aiutati dai propri ricordi scolastici, quando stanchi ed assonnati insegnanti parlavano di quella caduta, come se tutto non si trasformasse più che veramente essere soggetto ad una fine... caduca; inoltre l'ossessività delle ripetizione tipica del giornalismo ha reso quella frase indelebile nella memoria di tutti.
Ora, pensare di definire l'abbattimento del muro che divideva in due la città di Berlino, una caduta, non poteva che essere delle menti riduttive, da un lato, e semplificanti, banalizzanti, suggestionanti, inconcludenti, imperfette, incerte, inesatte, deformanti, tendenziose, fuorvianti e, in ultima ratio, falsificanti, aspetti, questi, tipici del giornalismo, la cui unica legge è insita nel concetto di lettore oppure di spettatore medio se si tratta di giornalismo radio-televisivo.
Prima che l'evento berlinese avesse luogo, il concetto di democrazia, intesa come governo di un'assemblea eletta dal popolo, è stato esteso, sotto le spinte demagogiche, a ogni attività umana, oltre che al campo politico, dove essa era comodamente di casa, come a dire, nel letto del suo naturale destino. Orbene, l'arte, la letteratura non possono sottostare a quel concetto, per quanto politicizzato possa essere uno scrittore, un pittore, etc. Sarebbe, questa, una situazione in cui si dicesse alla gente che, qualunque cosa essa mangi, pane, pasta, carni o pesce, etc., non farà altro che ingurgitare paté de fois gras, nel termine compreso anche tutto ciò che non sia propriamente commestibile. Credo che, in tal caso, nessuno si assoggetterebbe ad una tale norma,senza perlomeno borbottare o lamentarsi apertamente, adducendo, a motivazione, che, a parte il paté, anche altre pietanze possono essere delle schifezze e che ognuno ha comunque le sue preferenze, dato che, per esempio, nessun europeo, se non per scommessa - che se anche così fosse, ci sarebbe sempre da dubitare - ,mangerebbe un piatto di locuste fritte, anche se ben condito, poiché, anche nel gusto fisiologico, una pietanza è piattamente uguale ad un'altra. Mi pare di sentirli i democratici (almeno coloro che affermano di esserlo in modo chiassoso, come se temessero di non esser creduti, ma a dire il vero, c'è da chiedersi:"Chi sono i veri democratici?"), dire, dopo un simile esempio: "Ecco, costui pensa che il popolo non possa essere in grado di produrre arte!" A tale contestazione si può benissimo rispondere che se veramente si vive in un clima democratico, dove tutti hanno diritto a migliorare se stessi materialmente, ciò non deve escludere che il progresso individuale debba consistere anche nell'acquisizione, con le dovute regole, di una migliore capacità critica, non significando ciò, per altro, che le cose debbano essere rese facili da sembrare ridotte alla comprensione di un babbuino. E poi... non è vero che maggior fatica, maggior merito, maggior gloria? Non è ciò che predicano i liberali, detto in nome di un concetto di democrazia loro proprio?
Adorno, nel suo tentativo di una sociologia della musica, dice, parlando degli orchestrali, che ognuno di essi porta, nel suo fare, il tipo ed il grado di cultura dell'ambiente da cui proviene, intendendo con cultura quella propria della sua appartenenza sociale, cioè, oltre che quella scolastica, gli usi, le abitudini e gli intendimenti sulla musica stessa, la propria sensibilità, emotività, le letture, le passioni, le speculazioni filosofiche, antropologiche, etc. Tutto ciò, lungi dagli studi mirati ad una fine materiale preciso ed unico, qual è, per esempio, l'uso degli strumenti di un mestiere, la specializzazione mestierante o scientifica, o, in genere, un qualsiasi apprendimento pratico che ha bisogno, in principal modo, di un'intelligenza pratica, migliorando, proprio a causa dell'esercizio dell'intelligenza, la capacità critica, perché a questo deve la cultura servire.
Se per lungo tempo, in maggior misura in epoche più vicine a noi, liberalismo e democrazia sono stati antitetici, non solo nei loro fini, quanto nelle conseguenze negative di quei fini, orbene, quel dissidio oggi sembra essersi ricomposto in una concezione economicistica della vita, talché ogni dissidio sembra superato da un concetto semidemocratico e semiliberalistico per il quale se tutti hanno diritto a migliorare le proprie condizioni non possano non farlo non tendendo conto delle leggi economiche del mercato.
Con buona pace di Tocqueville, di Mill, di Humboldt, di Marx e Prudhon e di tutti coloro che ieri hanno parlato di democrazia in opposizione a coloro che hanno scritto e si sono occupati di liberalismo, oggi l'unico aspetto risultante da questo dissidio è un immobilismo che può, a ragion veduta, essere dichiarato consenso al potere degli economisti, orbene... la legge del mercato ha invaso le nostre case e plasma le nostre vite, talché il più ignorante, il più povero sembra saperne, grosso modo, di più di colui che, fornito relativamente di più mezzi, qualche anno addietro gli era simile, abbastanza da interessarsi di borsa, di guadagni, di rialzi azionari o di ribassi, etc.
Generalmente, nel parlare comune, in quello che si fa per strada, ci si può limitare ad un frettoloso scambio di poche frasi, di solito consistenti in formule rassicuranti sull'amicizia o sulla non belligeranza reciproca, oppure, un capofamiglia può ordinare di fare e o di non fare qualcosa, può rimproverare il figlio, lodare la moglie; nei momenti d'ira si può ingiuriare qualcuno etichettandolo con epiteti offensivi; ci si può scusare, usando parole rassicuranti; si può dire a colei che si preferisce fra tutti di amarla o di odiarla, secondo i sentimenti che si provano; con i colleghi di lavoro ci si può scambiare dei dati tecnici utili all'espletamento delle proprie mansioni; si può parlare di sport ed, infine, si può anche pregare nella penombra discreta di una chiesa. Ebbene, ognuna di queste attività è un modo di comunicare con noi stessi o con gli altri.
Parlare in tal modo del... parlare, significa solo dirne in modo generico. Se si deve andare più a fondo, astraendo da esso, si vedrebbe subito che ogni frase, appunto perché rispecchia una precisa volontà, è portatrice di un solo tipo di comunicazione, con cui si possono passare agli altri dei giudizi, riferire delle opinioni o trasmettere delle informazioni. Tralasciando il linguaggio tecnico con cui ci si passa informazioni specifiche, senza che su di esse ci sia da discutere o da opinare, e che, quindi, devono esser prese così come sono, resta solo la considerazione che si può parlare conversando o discutendo. Nessuno di questi due termini è sinonimo dell'altro.
Quando la comunicazione giunge agli individui della strada - cioè a coloro che non dispongono di nessun mezzo per individualmente contestare a viva voce o direttamente fra le persone, ma a queste quella giunge passivamente, da soggetti come la stampa o la televisione o il cinema stesso, o gli stessi libri - allora non si può proprio parlare di uno scambio, dato che apparentemente sembra non stabilirsi una rapporto di do ut des, ma solo di una sudditanza a quei mezzi, una sudditanza senza possibilità di interloquire, dato che anche l'intervista, e lo si capirà in seguito, in cui l'intervistato lusingato, oltre a restare nella sua posizione di subalternità, non fa che confermare le tesi espresse dell'interrogante, sempre ammesso che una data interpretazione non gli sia stata imposta dal suo entourage politico/padronale, attraverso la domanda ben calibrata ad un dato scopo. Poiché ciò che ci interessa non è la comunicazione fra persone, a questo punto è da chiedersi quanto le televisioni, le radio, i giornali ed ogni altro mezzo informi o, meglio, comunichi.
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Divulgazione tra divertimento e banalizzazione.
Non bisogna dimenticare, se si vuole capire appieno il meccanismo mediante il quale avviene quelle pretesa divulgazione della cultura, frase di per sé molto pomposa, ma che come tutte le vanterie non contiene niente di realmente valido e quindi culturale, del concetto di lettore o ascoltatore medio di cui si è parlato e della necessità, al fine d'abbracciare il maggior numero di persone, di banalizzare, cioè di ricorrere a quel processo di riduzione che non è astrattivo nel senso d'astrarre dalle cose che di un fenomeno non sono comuni con altri fenomeni similari, per raggiungere quel principio generale da cui il primo è retto, ma solo un mezzo riduttivo per scendere alla supposta, dai giornalisti, bassa o ridotta portata intellettiva degli ascoltatori/lettori, semplificando la portata, la legge scientifica che governa un accadimento, a tal punto, oltre il quale non vi è che il silenzio, dato che l'ineffabilmente niente non è mai stato espresso, se proprio non si voglia affermare che unici a riuscirci sono stati proprio i giornalisti. Man mano che si procede nella riduzione, che non può essere vista come una regressione mentale, il concetto, il fenomeno, la curiosità storico/sociale/scientifica che viene mostrata, perde di precisione, così come accadrebbe ad una statua che, dilavata dalla pioggia e consunta da altre intemperie, perda, via via, il modellato, fino a ridursi ad una massa informe del materiale in cui un tempo venne scolpita.
Ognuno mostra al mondo la parte di sé che più crede, possa e debba esser accettabile, non importa se l'immagine che dà, sia costruita e quindi artefatta o se quella che appare sia quella vera, dipendendo ciò dal tipo di intelligenza, dalla sicurezza dei propri metodi a perseguire certi fini e non altri, dalla propria coscienza civile e morale. Contrariamente a quanto si possa credere, non da tutti quell'immagine viene percepita allo stesso modo o così come si vuole che sia o come inconsciamente appare, perché quella percezione non è mai scissa da impressioni personali, da esperienze pregresse - spesso un attore può essere chiamato a rivestire i panni di un personaggio perché i lineamenti del suo viso corrispondono proprio all'idea che l'autore o il regista credono debba essere del personaggio, mentre in realtà quegli stessi lineamenti possono comodamente attagliarsi a personaggi buoni o cattivi, dipendendo tutto dalla soggettività di chi sceglie l'attore e dal significato che in ognuno di noi è legato ad ogni tratto del viso che sia il proprio - , dalla cultura dell'ambiente in cui si vive, dalla particolare idiosincrasia di cui ogni uomo è affetto verso certe cose e non altre, fattori, tutti, facilmente percepibili dagli psicologi, dagli psicanalisti, se non dai psichiatri. E' ciò che si verifica a riguardo della qualità dell'ascolto o della lettura: ogni programma televisivo, ogni lettura d'articolo di giornale o di un libro, sono più o meno compresi, capiti nella loro vera essenza, che la posseggano o meno, da parte di persone più o meno colte, più o meno in possesso di capacità critica, etc., per quanto tutto ciò lo si sia potuto rilevare con indagini statistiche - che propriamente non sono delle scienze esatte, cosa cui si è fatto cenno in alta parte di questo scritto, ma che trovano la loro utilità pratica grosso modo a calcolare la quantità probabile di un successo o meno, altrimenti non si spiegherebbero certe sconfitte sbandierate prima, proprio con l'aiuto dei mezzi statistici, come vincite sicure. Certo, con ciò non si vuole affermare che gli organizzatori dicano essere stato l'ascolto di una loro programma totalitario come nei climi dittatoriali, ma solo che, pur non credendolo, debbano fingerlo, in quanto se già non si ha fiducia in se stessi, in quello che si fa, come potrebbero averla gli altri, coloro che il programma debbono finanziarlo? In realtà, è ormai esperienza comune che ogni cosa che venga organizzata dalle televisioni, ogni articolo di giornale abbia i suoi detrattori o i suoi elogiatori. Resteremmo sempre nell'ambito di quella incapacità critica dello spettatore o del lettore di cui spesso costoro non sanno neanche l'esistenza, come a dire che quello star seduti davanti al televisore ad assistere ad un programma o quel leggere sono solo atti riflessi e passivi, senza che si possa o si abbia voglia di farsi domande. D'altro lato, la moltitudine di costoro è composta da persone che, in buona fede, perché semplici, stimando se stesse persone umili e non certo in possesso di cultura - cosa farebbero costoro se sapessero che coloro i cui programmi ammirano o coloro di cui leggono gli articoli, non possiedono affatto quella cultura la cui esistenza viene da essi inconsciamente supposta? -, che credono essere i personaggi che appaiono sugli schermi o che scrivono sui giornali persone eccezionali, di grande intellettualità, insomma, delle persone nella cui saggezza si ha fiducia e cui si crede senza farsi domande. Ciò è possibile in quanto la maggioranza di un popolo è fatta di persone le cui maggiori preoccupazioni sono il lavoro, l'avere il denaro per poter vivere e far vivere i propri figli nel migliore dei modi. Ciò significa anche, quale rovescio della medaglia, subire gli influssi benigni, ma più spesso maligni dell'amoralità dei mezzi di comunicazione, della mancanza della più piccola delle preoccupazioni di elevare la cultura della masse, di proporre loro il mezzo, di cui proprietari e giornalisti abusano, come uno strumento ideale per potere giudicare tutto ciò che accade con imparzialità e soprattutto restando vicino al vero delle cose.
Il film "Quarto Potere" di Orson Welles deve aver fatto molti proseliti nella fila dei giornalisti, per i quali ha finito per costituire il sogno segreto, quello di un'attività giornalistica eroica, sfidante i potenti della terra. In realtà, e qui si parla solo del giornalismo italiano, nessuno di loro si sognerebbe, per esempio, di fare una guerra contro un politico corrotto o contro un arrampicatore sociale, di cui, ai giorni nostri, si ha un eclatante esempio, o anche semplicemente criticare aspramente le azioni di un ministro, d'andare contro il potere politico in genere. Sì, forse, qualcosa farebbe il giornalista di un organo di stampa di partito. La verità è tutta italiana: spesso non si sa di chi si potrebbe aver bisogno! I politici, in genere, hanno tutti un bagaglio comune di frasi fatte, apparentemente denigratorie offensive dell'avversario, che si lanciano a vicenda, senza che per ciò nessuno di loro debba necessariamente soffrirne. Oggi sono io a dire di te che sbagli, domani sarai tu, così i conti tornano e tutti saranno contenti e soddisfatti, in ciò asserendo ancora una volta, ammesso che fosse necessario, quel principio che da secoli regola il loro comportamento reciproco: non fare a me quello che non vuoi che io faccia a te, il principio del "mettiamoci d'accordo, che, alla fine, qualcosa si potrà fare, con buona pace e soddisfazione di tutti". D'altronde, sempre in Italia, l'ossequio al potere politico è cosa così risaputa da passare nell'anticamera del cervello, da dove potrebbe essere estratta solo mediante lunghe sedute psicanalitiche, e di cui, in realtà, non ci si accorge più perché ci si è fatto il callo. Tutto farebbe ipotizzare una specie di alleanza fra politici e giornalisti di modo che io, giornalista, non ti sputtano e tu , uomo politico, mi favorisci nelle mie imprese.
Quindi, la televisione quale idolo incombente fatalmente o assunta come un destino irrevocabile. Tutto in essa accade come in teatro. La scena è mobile, cambia e con essa il commento musicale (ormai, da tempo, nessuno parla se non ha alle spalle la sua musichetta, con cui spesso la sua voce si amalgama, creando una miscela fastidiosa ed irritante, in cui affogano le parole che, con la musica, soverchiandosi a vicenda, non riescono più ad essere comprensibili); la notizia è perfettamente equilibrata, nel senso che è costruita e ben recitata (vedi la notizia della morte di un collega giornalista! Si arriva al tremolio della voce che recita con pacatezza le parole del ferale annuncio, mosse da una commozione naturale, degna di un buon attore, la cui razza è ormai in via d'estinzione!) e tende a dare la sensazione che tutto proceda non solo nel migliore dei modi, ma anche secondo la morale corrente dei capi, cosicché le cose fatte vedere alludono ad orrori solo sfiorati (con questo non si vuole auspicare la visione di corpi squarciati dalle mine od altri orrori simili!) non si può scioccare l'ascoltatore pur essendo necessario mantenerne viva l'attenzione, non tanto viva, però, da stancarlo e, quindi, distrarlo. Da tutto ciò, viene fuori una figura d'ascoltatore dalla labilità mentale accentuata, una persona cui non si può che parlare con frasette composte al massimo di due o tre parole, usando ed abusando di un linguaggio infantile (basta ascoltare i nomi con cui certi prodotti sono chiamati usando il diminutivo delle parole tutte finenti in ino o ello). Una frase di dieci parole confonderebbe un tale ascoltatore, poiché la durata della sua attenzione non andrebbe oltre la seconda o terza parola, disperdendosi le altre in un vago vocio non percettibile (sarà forse questo il motivo per cui i sottotitoli, i titoli di testa e di coda, il lungo elenco, in coda ad un film, del nome di tutti coloro che vi hanno lavorato, e ogni e qualsiasi altro scritto, oltre ad apparire scritto bianco su fondo chiaro e nero su fondo scuro, si snodano così velocemente, che di una frase di sei parole, solo appena la prima e metà della seconda possono essere lette? Non sarebbe meglio, quelle scritte, non farle apparire del tutto? Credo che la cosa, una volta tanto in Italia, avrebbe un certo stile). Questa, forse, è la maggiore delle cause per cui, secondo i giornalisti, bisogna supplire alla bassa percettibilità delle parole con la suggestione delle immagini.
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E' possibile che qualcosa cambi?
Non si può pensare a riforme, mutamenti o professione di nuove forme di televisione, ivi compresi nuovi fini, se non si pensa ad essa come ad un potere che, pari a quello dello Stato, resti intoccabile, finché forze sempre più crescenti non riescano a trasformarlo, incidendo su di essa Se, per un verso, bisogna pur ammettere un certa esigua fronda in certi tipi di ascoltatori, tuttavia ciò non significa affatto che il consenso dei restanti ai programmi radio-televisivi sia unanime, dato che tale non potrebbe essere per forza di cose. Ciò, non solo perché in climi di libertà ognuno può pensarla come vuole e quindi un programma televisivo, per esempio, può essere visto con una certa noia data dalla ripetitività di esso o perché, come accade spesso, la qualità dei programmi è scadente, magari alla stessa ora e nello stesso giorno, in ogni rete e la noia diventa in tal modo colossale. Non bisogna dimenticare il numero di quegli spettatori che davanti al televisore dormono i loro migliori sonni o di quelli che pur lasciandolo acceso non ne seguano i programmi, ma che questi finiscano per diventare un necessario rumore di fondo, come accade per gli studenti con la radio. Infine, bisogna anche tener conto dell'ascolto precario nelle famiglie numerose i cui componenti spesso litigano, discutono ad alta voce o siano intenti a consumare un lauto pranzo per una ricorrenza familiare o per una festività qualsiasi. Ciò depone a favore di quella precarietà dell'ascolto di cui si parlava più sopra, poiché la labilità dell'attenzione è cosa che si attua anche in altre occasioni della vita delle persone semplici. Non ultimo, bisogna tenere conto delle deformazioni che una notizia subisce, non tanto perché sia passata di bocca in bocca, ma già al primo essere appresa.
Uno dei modi in cui le televisioni cercano di nobilitare se stesse, è quello di dichiararsi divulgatrici di cultura. Quando uno di tali programmi viene strombazzato, prima di mandarlo in onda, per giorni e giorni, al fine di catturare interesse, a tutta prima, sembrerebbe esser arrivato il momento in cui qualcuno, che in una televisione cerchi sempre qualcosa che possa interessarlo, possa tirare un respiro di sollievo: "Finalmente qualcosa d'interessante!" Non è così! Quel qualcuno, se andasse a fondo, e non è detto che non ci vada, si accorgerebbe subito come un programma di divulgazione culturale continui ad essere solo un atto velleitario del giornalista che lo conduce, se non che lo abbia anche ideato, ammesso che sia sempre in buona fede. Nell'assistere ad uno di quei programmi, a quel qualcuno tanto per fare un esempio, sembrerebbe d'essere andato a teatro dove, invece d'ascoltare la Tosca, per cui ha pagato il biglietto, gli tocchi ascoltare uno sconosciuto, in piedi, al centro del palcoscenico, parlare dei fatti personali dei cantanti, alle volte scipiti, delle liti fra il direttore d'orchestra e quello del coro e così via e che, anche quando lo si voglia fare assistere alla Tosca, gliene venga dato solo un parziale riassunto della trama, magari delle parti meno importanti, senza nessun accenno alla qualità della composizione musicale (allo scrivente, Puccini è sempre apparso una specie di canzonettaro della lirica, forse a causa della troppo orecchiabilità della sua musica, elemento necessario delle canzonette), il tutto, dopo avergli fatto pagare un biglietto salatissimo e diretto da un sedicente regista genial-innovativo, per intendersi, uno di quelli che vogliono lo scenario adorno solo di bianche e spesso non candide lenzuola... perché lo spettatore è nella sua testa che deve immaginare la scena in cui si svolge l'azione, dimenticando, il genio, che la bellezza di una scena è il suo colore, la sua architettura, persino il suo arredamento, gli abiti delle interpreti, gli usi, le abitudini, gli oggetti che usano, etc., e, non ultimo, anche la sua ricostruzione che non deve soddisfare (sempre se si parla di teatro, cioè di uno spettacolo diretto a tutti - volete che proprio qui non valga quella medietà tanto amata e mal adoperata dai giornalisti? -, posto che siano tanti quelli che ci vanno!) anzitutto, alle esigenze degli spettatori che sempre si riducono ad una sola, quella del godere di un racconto fantastico che li meni per qualche ora, certo non in modo becero e privo di contenuti morali e mentali educativi, al di là delle loro preoccupazioni. Inoltre, se si annuncia un programma ove si parlerà della punta delle piramidi, non si può, sempre se proprio si voglia fare opera educativa, parlare della fatica che hanno fatto i misuratori per raggiungerla. La cosa potrebbe interessare solo quell'unico ascoltatore che avesse in animo di fare anche lui il misuratore piramidale come professione, cosa per cui quell'esperienza dei misuratori gli sarebbe utile. Invece, il racconto delle difficoltà misuratorie non fa che aumentare la suggestività del programma, distraendo gli spettatori dal vero fine che è quello di fargliela sapere quella misurazione. Solo a qualche minuto dalla fine del programma verrà annunciato, con notevole aria di sufficienza, che la punta delle piramidi non è affatto misurabile.
Lo stesso meccanismo, anche se in forma diversa, è adoperato nei cosiddetti "programmi per i più piccoli", in cui un mandolone di trent'anni, vestito da clown, non si sa per quale teoria psicanalitica o, comunque, psicologica, scimmiotta il linguaggio dei bambini invece di comportarsi normalmente, poiché i bambini, se proprio devono crescere, è bene che apprendano in modo veritiero chi sono gli adulti e non come questi possano esser tanto stupidi da prenderli in giro. Chi ha detto, poi, che sul serio un bambini possa divertirsi, ché, al massimo, può solo immalinconirsi, restandosene passivamente davanti al televisore ad assistere ad un programma dove altri bambini facciano giochetti più o meno idioti? Per il bambino giocare significa solo partecipare e, soprattutto, agire di persona, senza intermediari di sorta (trentenni mascherati da chissà che cosa e ventiseienni vestite da fatine miracolosamente cinguettanti), perché nel gioco prova se stesso, mette in atto la sua fantasia, ammesso che ancora ci siano bambini che ne siano provvisti e poi, quei giochi, sono solo delle gradazioni burocratiche (forse un inconscio addestramento alla vita civile) in cui il concorrente bambino deve prima fare un saltello, poi recitare più velocemente che può una melensa poesiola, poi deve indovinare un numero scritto sul retro di una lavagna, acquisendo in tal modo un punteggio per potere ricevere, quale premio per aver vinto, un regalo consistente in una penna bic da due centesimi. Alla fine di un tale programma, il bambino/passivo spettatore resta con lo sguardo fisso nel vuoto dato che durante l'intero programma non ha assistito a niente che lo abbia veramente interessato o che abbia nutrito la sua mente o abbia messo in moto la sua intelligenza e la sua fantasia.
Non si sa, nella voglia di cambiamento che ogni tanto prende in modo ossessivo le redazioni, quale sia stato il principio, il progetto, il motivo, l'intenzione o la causa che abbia indotto gli estensori dei telegiornali ad impostarli staticamente come la prima pagina di un normale giornale o, come si sente dire, della "carta stampata" (!). La notizia, sempre della consistenza di pochissime parole, viene ripetuta prima come fosse l'occhiello, poi come il titolo e poi come servizio. Infine, specie in questi ultimi tempi, si è aggiunta una specie d'appendice detta "approfondimento della notizia", che, in altri termini, consiste nel fare dire da un altro ciò che si è detto qualche attimo prima. Da tutto ciò sembra emanare una sola preoccupazione da parte dei giornalisti televisivi, quella di esercitare la memoria degli ascoltatori ritenuta, ma solo a loro disdoro, labile, dato che repetita iuvant. In genere, poi, il numero delle notizie non supera mai le quattro o cinque. Tenuto conto che, in media ed in diverso modo, esse vengono ripetute tre volte, senza per altro tener conto che le stesse vengono anche annunciate velocemente alla fine del programma precedente il telegiornale, quest'ultimo riesce ad occupare lo spazio di un'ora, a differenza di quello svizzero che per lo stesso numero di notizie occupa solo un quarto d'ora. Ogni singola notizia, per se stessa, dura minimo ventiquattr'ore e viene ripetuta in ognuno dei sei telegiornali in cui viene diviso il giorno, mentre di notte si invia in onda la loro registrazione. Con tutto quello che può accadere in un solo giorno in tutto il mondo, dopo aver assistito ad un telegiornale non se ne sappia del mondo, molto più di prima, anzi, fors'anche di meno.
FINE PRIMA PARTE
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FINE DELLA SECONDA PAGINA
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I N D I C E D E I P A R A G R A F I
E' possibile che qualcosa cambi?
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