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A V V I S O P R O P E D E U T I C O
Riguardo alle affermazioni, alle asserzioni, ai giudizi e anche alle opinioni espresse in questo sito, si fanno sempre salve le eccezioni, che, data la duplicità dell'esperienza umana, perfino in quella religiosa, non mancano mai. Un tanto, per non sentirsi ripetere stupidamente la frase, ormai logora a un punto tale, da non dire più niente, che non si può fare di ogni erba un fascio, frase molto nota ai politici che, per giustificare le loro magagne o i loro intrallazzi, usano ripeterla a ogni piè sospinto, anche dove l'uso di essa non avrebbe senso!
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PREFAZIONE
Le varie età dell'uomo sono diventate, ognuna per se stessa, un mercato. C'è quello per i neonati, quello per i bambini, quello per gli adolescenti, quello per i giovani, quello per gli uomini e le donne e, infine, quello per gli anziani o vecchi. Per ognuna di queste età vengono sfornati di continuo prodotti alimentari, vestiario, perfino oggetti d'arredamento, ci sono le camerette per i bambini, quelle per gli adolescenti e così via, le varie merci per il divertimento, dai giocattoli alla biciclette, al trucco per le adolescenti o all'abbigliamento dei giovani, dei maschietti che vogliono apparire dei "macho" e dei "duri", a seconda dei miti che agitano il gruppo di cui oggi, inesorabilmente, ogni adolescente deve far parte, forse in un comune senso dell'inutilità del loro esistere, specie quando non riescono a far parte di un mondo dove il possesso di cose è più necessario del pane, e dove i propri sentimenti devono esser vissuti secondo un criterio di visibilità, di spettacolarità, piuttosto che in un intima dimensione.
Quei miti non hanno niente a che fare con quelli classici. La differenza è subito colta non appena, rifacendosi all'antichità greca, si ponga quella tra mithos e logos, cioè quella tra il concetto di mito come arazionalità e quindi suggestionabilità, vivere riflesso secondo usi e costumi che vengono da lontano, in opposizione a quello di logos, inteso come autocoscienza, sapere, capacità di decisione e, soprattutto, rispetto della tradizione. Il mito moderno manca del tutto del sostrato su cui poggia quello classico. Una leggenda non è la narrazione di qualcosa che possa più o meno essere accaduto, quanto, piuttosto, di un qualcosa che non è esattamente accaduto come lo si narra, pur conservando, in ogni caso, il senso che ad esso si è voluto dare, per ragioni storiche e, innanzi tutto, religiose, tenendo conto che tutte le società antiche erano delle società teocratiche. Il mito moderno, appunto perché non derivante da niente (narrazioni di fatti antecedenti assunti a regola, leggende, senso religioso della vita e delle azioni umane; senso del destino etc.), può quindi esser solo creato, non può che essere artificiale (creato, cioè, ad arte), per cui chi lo osserva, non può che vivere, per irreversibile conseguenza, una vita artificiale.
In tale clima di mercato settoriale e generazionale cade l'avvento del talk-show, cioè di quegli spettacoli in cui si assiste al battibecco di due persone o di due parti, che, come l'imputato nel processo penale, hanno tutto il diritto di mentire o di smentire, tanto che, alla fine, non si sa mai chi abbia ragione e chi torto, ammesso che la trasmissione per quello fosse stata fatta.
Ci sono talk-show per i giovani e quelli per tutti, senza riferimento alcuno all'età dei partecipanti. sono trasmissioni importate dal grande paese che suscita l'ammirazione dei più, dagli Stati Uniti. Sono, normalmente, programmi della durata di un'ora e mezza circa, in cui ognuno dice la sua, parlando tutti insieme dove ogni tanto il presentatore/conduttore infila qua e là una parola tanto per eccitare ed incitare i partecipanti. A tutta prima, un tale spettacolo sembrerebbe dover suscitare interesse. La nostra è un'era in cui tutto ciò che si fa, tende ad essere pubblicizzato, dato che la filosofia del successo passa attraverso il cinema, la televisione e la pubblicità, nella distorta idea, dei possessori di tali mezzi, che la gente abbia diritto di sapere. In che cosa, poi, debba consistere questo sapere, in quale modo debba esserle dato, e, soprattutto, di quale qualità debba essere, nessuno ne parla. L'insuccesso, le difficoltà per raggiungere il successo, le porte che non si spalancano mai davanti a coloro che vi tendono, che ne abbiano o meno le qualità o le doti, non importa, perché detta corsa ha una lunghissima remora di gente sprovvista di ogni virtù e che, pur tuttavia, convinta di possederle, finisce per vivere passando caparbiamente da una disillusione all'altra, portano a covare dentro di sé stati di vera rabbia repressa, la più pericolosa, perché è in continuo parallelo con la pretesa felicità di colui di cui si invidia il successo e che sembra, a ragione o a torto, goderselo. Nella migliore delle ipotesi, coloro che a tali spettacoli assistono, direbbero a se stessi che l'esperienza degli altri potrebbe esser loro utile, ammesso che in ciò non si possa ravvisare un certo cinismo e non fosse condito con la frase: "Meglio a te che a me!" Invece, lo spettacolo non solo è deludente, ma anche rattristante. Non credo che, dopo un quarto d'ora, costoro (parlo sempre di spettatori a casa) non comincino a sbadigliare per la noia. In fondo, ciò che accade è solo un tiriterare (mi si perdoni il neologismo, cosa da niente, rispetto ai numerosi, orribili e temporanei neologismi creati dalla stampa per carenza di lessico) a gara pareri ed opinioni che si somigliano in modo indubbio, non superando il livello che possiedono la mitologia che ispira la vita dei partecipanti al talk-show. Spesso in tali trasmissioni interviene il cosiddetto esperto, uno psicologo, uno psichiatra, un medico, o, comunque, una persona esperta in qualche materia, la quale non sa che se vuole dire ciò che deve o che va detto, deve combattere strenuamente con l'immensa vanità del presentatore o della presentatrice, perché, comunque vada, sono essi le stelle di quel programma ed essi solo devono restare più a lungo sotto i riflettori, come accadeva e pretendevano con strepiti e lacrime le soubrettes del tempo andato: accade che quando uno meno se l'aspetta, mentre l'ignaro esperto sta per concludere il concetto che ha esposto, e, quindi, chi ascolta sta per capire, allora zac!, all'improvviso, inaspettatamente gli viene tolta, sgarbatamente e con non celata malagrazia, la parola e tutto resta campato in aria. Il significato di quel concetto che si stava per apprendere resta ignoto per sempre. In tal caso il povero esperto è costretto ad abbozzare e a fare la figuraccia del povero cane che non sa quello che dice: al limite, lo si potrebbe prendere anche per un millantatore. A scusante di ciò, presentatori e presentatrici dicono essere loro prigionieri del tempo. In tal caso, però, quando il discorso non può procedere, anche se speditamente, in modo chiaro, esauriente e soddisfacentemente, è inutile farli certi programmi, basta, al loro posto, mandarne in onda uno di canzonette e tutti saranno contenti.
Infine, ma, poi, non tanto ultimo! Chiunque sa, dopo aver trascorso fosse anche un'ora negli ambienti delle televisioni, quanto queste siano distruttive. Già abbiamo detto ciò che accade a proposito degli esperti. Come fanno questi a non accorgersi che quel loro essere manipolati (quando le domande non siano frutto di patti riletti e sottoscritti dalle due parti), quelle domande, spesso insipienti e fondamentalmente inutili, frutto della non scienza e non sapienza del conduttore, che vengono loro rivolte e le loro risposte che, a loro volta, vengono interrotte ex abrupto, giocoforza fa sì che essi appaiano ciò che non sono, cioè, minimo dei presuntuosi, di modo che essi possono essere danneggiati e nella stima e nel loro valore? Molti di essi, pur facendo una tale riflessione, dato che si suppone essere delle persone intelligenti, tuttavia compaiono puntualmente anche per due o tre anni in quelle trasmissioni talché, prima o dopo, generano nel pubblico una insofferenza a causa del loro presenzialismo. Certo è che ad ogni fine di trasmissione, quando lo spettatore ha spento il televisore, pochi sono coloro che riescono a ricordare, se non qualche parola staccata da un qualsiasi contesto, per altro inesistente, restandogli in mente solo un'arruffata discussione durante la quale si è sconfinato in ogni luogo ed in ogni dove, senza che poi ci sia stata una seria proposizione atta a convincere di alcunché: tanto se ne sapeva prima e tanto, forse anche meno, se ne sa dopo.
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Credo che sia finalmente giunta l'ora di dirlo: siamo stufi. Ormai sappiamo tutto sulle api, la loro regina ed i fuchi e le cellette esagonali dove depositano il miele, sui leoni e le sorelle zitelle delle leonesse che si prendono cura dei leoncini-nipoti; sui granchi; sui leopardi e la loro velocità che batte quella di un treno; sulle zebre e le loro strisce; sulle giraffe e come fanno a bere, sulle anguille che migrano dal mar dei Sargassi e arrivano a Comacchio per farsi prendere; sulle aquile, sull'ornitorinco e la sua strana mistura corporale, sulle talpe e sugli scoiattoli, sul muflone e sul topo, sulle antilopi e sulle volpi, sugli asini e i cavalli, sui bufali, sui pidocchi, gli scarafaggi, sulla mantide religiosa che par preghi e invece fa ben altro. Non se ne può più! Per carità liberatecene! Liberateci anche delle vergini dai lunghi capelli invariabilmente biondi e falsamente incolti (per intendersi alla Lady Godiva, nuda e a cavallo) e sparsi distrattamente sulle eburnee spalle nude, indossanti con falsa trasandatezza un falso vestito, qua e là stracciato, a mo' di falso abito nazionale (i Tirolesi lo chiamerebbero Volkstrachtl), di chissà quale lontana nazione da essere visitata quale inviata e quindi spesata di tutto, impareggiabili vergini giunoniche simili alle educande del buon tempo antico che, nel chiuso del convento, nel teatrino allestito nella sala delle recite e dei ricorrenti festeggiamenti religiosi, recitano con insuperabile presunzione la parte di cavalieri romantici alla luce di un falso quarto di luna, non conoscendo, quasi neanche per sentito dire, come sono fatti gli uomini e quanto questi spesso possano essere tutt'altro che... romantici e, quindi, inventando, a tutto spiano, proprio tutto.
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c) - Lo spettacolo di varietà.
Mentre il cinema italiano è ossessionato da un concetto di neoralismo che come tutti movimenti artistici in genere di quest'ultimi sessanta o settant'anni, arrivati e scomparsi nel giro di un giorno, è ormai definitivamente tramontato, così gli spettacoli di varietà televisivi sono inutilmente e pervicacemente legati, come uno che continua a percorrere un solco obbligato senza minimamente accorgersene, al teatrino di periferia tipico delle due maggiori capitali meridionali ante riunificazione italiana e degli anni fino all'avvento del fascismo, passando per il teatro leggero francese e per niente influenzato da quello tedesco. Negli anni venti e trenta ed anche fino alla fine degli anni cinquanta, quei teatri periferici, calcati da compagnie che non portavano sui loro cartelloni commedie, ma solo uno spettacolo di varietà, cioè di cose varie quali canzonette, filastrocche, piccoli sketch comici, battezzato con nomi esotici da persone non certo di elevata cultura, il cui unico divertimento, spesso a causa dell'abbrutimento socio-mentale, dato che i progressi del socialismo erano spesso di là da venire, da cui erano presi, non certo per colpa loro, era quello di sbeffeggiare con lazzi e parole oltraggiose gli attori comici o no che fossero stati; oppure, ad un teatro della belle epoque, una specie di vaudeville di cui si è definitivamente perso ogni traccia, ribattezzato negli anni cinquanta come commedia musicale, sull'esempio dell'equivalente teatro leggero americano, il cui mondo artistico, con tutti i miti che portava con sé, ci aveva invasi.
Orbene, se un tempo quegli spettacoli erano visti, per quanto affollati avessero potuto essere i teatri, da un numero relativamente piccolo di spettatori, se un comico per le stesse ragioni, poteva avere una lunga carriera, oggi, poiché quegli stessi spettacoli e quei comici si esibiscono in televisione la loro vita è molto più breve, dato che il mezzo li distrugge e accorcia loro la vita di spettacolo, poiché, e questo gli organizzatori, i programmatori, i direttori artistici (chi sono e cosa fanno?) lo sanno o, almeno, dovrebbero saperlo e come, invece, tutti gli altri che non essi sanno, nessuno mangia più di due o tre volte al massimo di seguito la stessa minestra, fosse fatta con gli ingredienti più costosi e più rari. Per le organizzazioni televisive gli attori, i comici e gli stessi presentatori sono ciò che sono le olive per i frantoi: li si spreme finché non hanno più niente da dare e ciò che resta a sua volta non viene buttato via, potrà servire da concime o per altri usi. Da anni la RAI si vanta di possedere una vastissima cineteca, non solo, ma lei stessa ha prodotti molti film. Dove sono? Perché restano invariabilmente rinserrati negli stanzoni segreti che li ospitano? Perché, tanto per fare un esempio, RAI 3 deve trasmettere per l'intera notte, un telegiornale, questi visibile come la faccia di un computer (a che serve?, dato che non si possiede un occhio a più facce e quindi se si guarda a destra non lo si fa contemporaneamente a sinistra!) sempre identico, dove mai interviene una qualche novità, dato che è registrato, invece di usarla quella tanto vantata cineteca? Per inciso, dalla stessa RAI 3, adesso che l'Italia fa parte dell'Europa Unita, tutto ciò che riusciamo ad apprendere della vita degli altri stati europei è la temperatura di Helsinki. Il resto è solo notte. Perché non trasmettere un paio di film per notte, non sarebbe anche questa "TV di servizio?" Di certo non dovrebbe trattarsi di quei film americani dove un forzuto idiota, dall'espressione bovina, mette KO un intero esercito e salva la sua donna, una biondina insulsa, più di quanto possa esserlo lui, il puro eroe. Neanche quei film polizieschi dove trecento poliziotti sparano all'impazzata con tutte le armi che possiedono contro un suicida che minaccia di buttarsi dal ventesimo piano. Inoltre, se davvero l'arte e specchio della realtà, ad assistere a tali film, è inevitabile chiedersi quanto i poliziotti americani siano più criminali dei criminali stessi. Ci sono bellissimi film americani, come ce ne sono di tedeschi, francesi, spagnoli, portoghesi, russi ed australiani etc., Invece vengono mandati in onda, sembrando che RAI e MEDIASET non ne possono proprio fare a meno, sempre gli stessi. Non solo! Si inventano cicli, come i film di un dato attore o regista o un ciclo tematico, che so, la polmonite nel Montana e la scabbia in Italia, fenomeno riapparso in questi ultimi tempi e così via. Ciò, è quasi superfluo dirlo, anche perché è già stato detto più sopra, discende dall'idea puramente industriale che bisogna sfruttare fino all'osso cose e persone.
Tale sfruttamento porta, per esempio, a trasmettere, una volta sul primo, poi su secondo e poi sul terzo, dato che se lo passano di rete in rete, della RAI, lo sketch di Aldo Fabrizi, morto e sepolto da parecchi anni, vestito da sciatore. Ebbene sono trent'anni che ce lo sorbiamo! Non sarebbe ora di farla finita? Questo non accade solo per gli sketch. Vengono anche ritrasmessi, in una specie di celebrazione funerea e alquanto macabra, perfino i telegiornali di quarant'anni fa, gli incidenti stradali, i funerali fatti a questo e a quello, sempre quarant'anni prima e così via, talché si può affermare, senza che la parte avversa abbia modo di smentire, che i due quinti dei programmi della RAI siano fatti di cose che ormai non interessano più nessuno, se non quella sparuta cerchia di persone residenti a Roma e che in RAI devono godere di un certo potere, che per privatissime ragioni sentimentali ed anche perché non sanno e non fanno altro, come, per esempio, leggersi non i romanzetti della Tamaro, la regina del sentimentalismo italico (credo che nessuno possa dire che il successo sia indice di qualità), ma qualche libro più consistente, magari facendoselo spiegare, di certo cosa che migliorerebbe e qualificherebbe il loro sapere. Nessuno vorrebbe mettere rimedio alla funereità di quei programmi?
d) - La lingua, il linguaggio giornalistico.
La lingua, il modo di usarla, il lessico posseduto, la costruzione della frase, la consecutio temporum di liceale memoria, la mancanza di errori di pronuncia, specie dei nomi stranieri (come ho già detto, non basta aver frequentato, in fretta e furia, un corso semestrale d'inglese per pronunciare il tedesco, lo svedese, il finlandese o l'olandese pur se queste appartengono, con esclusione del finlandese appartenente alle lingue ugro-finniche, la famiglia cui appartiene l'ungherese, sono lingue di origine indo-germanica come, d'altronde, l'inglese o anglo-sassone), sono tutti indici che dicono quasi tutto della cultura, non solo umanistica del giornalista, quanto di quella scientifica. Purtroppo in un paese come il nostro, dove la cultura musicale e scientifica è inesistente ad ogni livello d'istruzione e di cultura (basta ascoltare certi scrittori moderni quando, en passant, superficialmente parlano di musica!), anch'essi, i giornalisti, ne riflettono l'andazzo, la superficialità, la inesistente vera cultura, e quindi la commissione di gravissimi strafalcioni (quali intendere indigeno per selvaggio e chi lo ha commesso era fornito di laurea, poiché in quella trasmissione veniva chiamato dottore!), l'esposizione osannante, euforica e convinta di falsi intendimenti della musica come fatto libidico- sentimentale, oltre ai continui vagheggiamenti sul significato (l'esecrato messaggio, come se una lirica, un testo poetico, in genere, dovesse essere un postino che recapita una lettera! Il testo stesso può essere, per se stesso, già un'espressione, avere un suo proprio significato!) delle liriche canzonette che il povero Adorno, se potesse leggerle, inorridirebbe, come già inorridiva sulle canzoni sentimentali americane degli anni quaranta (per intendersi, quelli di Cole Porter, Gershwin, sul musical dei Rodgers & Hammerstein, etc.) e quindi si rivolterebbe nella tomba per la loro banalità e insulsa mitologia sentimentale. Tant'é, certi autori, che vivono per un solo giorno, godono di una notorietà grandissima, superiore a quella dei veri geni della letteratura e di altre arti. Colpa dei tempi? Fino a che punto?
La lingua usata dai giornalisti, si tratti di articoli come di sceneggiature per le trasmissioni, è un idioma poverissimo, in cui l'abbondante aggettivazione può dare l'impressione di un ricco lessico: ma non è così, perché quell'aggettivazione fa solo parte del modo di enfatizzare, creando, per altro verso, frasi a tal punto banali, nel tentativo di abbassarsi al livello dei più (più che abbassarsi è un precipitare rovinosamente), da sembrare esser state prese da un frasario di lettere commerciali, di quelle in vendita in ogni libreria scolastica che si rispetti (il cui uso, chissà, sarà, forse, la prima cosa che la RAI o le TV in genere, di sicuro impongono ai propri giornalisti nell'assumerli!).
e) - La mitologia degli addetti ai lavori.
E' allucinante come il senso del passato - non si vuole qui alludere alle vecchie trasmissioni, ai vecchi programmi - , della tradizione, manchino nel modo più assoluto nelle trasmissioni televisive. Tutto è in continuo mutamento, dallo scenario dove si effettuano le trasmissioni ai logos delle stesse, quest'ultime, che molte ditte, che non siano imprese radio-tele-cinematografiche, lasciano invariato a stabile testimonianza di una tradizione sulla bontà dei loro prodotti. E' solo la cultura del presente ciò che conta, non preoccupandosi la TV affatto del futuro, se non in termini di prodotti che possano, adducendo il maggior numero di ascoltatori, apportare un maggior guadagno. Un cantante dura solo lo spazio di un giorno, di un tempo così breve che non è tanto quello durante il quale si produce, quanto quello lungo tutto il quale resta famoso. Il giorno dopo nessuno se ne ricorderà e a livello di tradizione stesso, cosciente della brevità del suo successo. E' il vuoto che regna ed è ciò che si accerta quando si rievoca un periodo, come fa la RAI o peggio ancora, quando ne rievoca le canzoni, adducendo a scusante di ciò come le esperienze di ognuno marcino su un pavé fatto di canzonette, cosa non vera o, perlomeno, non vera nelle stesse proporzioni per tutti, poiché sono molti coloro che, anzi, di quel pavé non riportano mentalmente alcuna traccia, giudicandolo, fra l'altro, stupidamente condizionante.
Roma, idealmente scelta al tempo dell'unificazione italiana quale capitale della nazione, molto a ricordo delle passate, e tanto vantate poi dal Fascismo, glorie imperiali, la qualcosa era quella che meno sarebbe dovuta servire da guida alla scelta di una capitale, da centoquarant'anni circa è la sede depositaria di ogni potere statale, oltre a tutti i Ministeri, alle Camere, ai Palazzi governativi in genere, oltre al Vaticano, quale detentore di un potere morale/religioso, alle volte, nel bene e nel male, non meno nefasto di quello politico, vi risiedono anche la RAI e MEDIASET per la parte che riguarda gli impianti.
Se l'onorevole Bossi si fosse illuso, per caso, di essere stato il primo a progettare uno spezzettamento più o meno balzano di questa nostra amata Italia, ebbene, è meglio che si disilluda. Prima di lui, almeno cinquant'anni prima, ci aveva pensato la RAI. Non solo, ma lo aveva fatto e , purtroppo, continua a farlo tacitamente, quasi avesse goduto (non so quanto possa goderne adesso) di un immane tacito ed inconscio consenso generale a poterlo fare.
Orbene, come gli uffici della Regione Veneta sono occupati da impiegati, operai e tecnici di origine veneta, è più che naturale che la RAI stessa tutta, così come la MEDIASET e tutte le altre piccole televisioni che soggiornano a Roma, in ogni loro parte, branca, sezione, capannone, corridoio stanza o salone, sia occupata da personale composto solo da cittadini romani. Sì, certo, qualche siciliano, in trasferta o qualche lombardo, per caso, in qualche buco degli edifici di pertinenza ci sarà, ma così come in matematica, per ovvie ragioni di comodità del calcolo, quantità che si avvicinano all'unità possono tranquillamente essere rese equivalenti ad uno, così quelle eccezioni sull'origine del personale sono così poco visibili da sembrare non esistere, a meno che non se ne faccia un'incetta puntuale e testarda.
Nessuno, a meno che non si tratti di un militare di carriera che viene continuamente trasferito in ogni parte d'Italia, e anche in tal caso quel militare, sempre che non fosse già figlio di un altro militare, conserverebbe comunque il ricordo del suo luogo di nascita, della sua infanzia o della sua adolescenza, può dire di essere avulso dalle tradizioni, dagli usi e costumi, dalla mentalità e dai miti che caratterizzano quel suo luogo di nascita, dove, ad ogni modo, permane a vivere ed a lavorare. Orbene, a meno di non affermare, con l'obbligo di dimostrarlo, di possedere un'estesissima conoscenza, che so, della letteratura europea, o di possedere una specialissima conoscenza di quella lappone, per essere vissuto in Lapponia per sei anni, di modo che abbia avuto agio di conoscere di quella terra usi e costumi , abitudini, leggi ed anche difetti, diversità di modi di pensare, di giudizi sulle cose, insomma!, tutta una congerie di cose che possano aver fatto maturare le sue idee, ebbene, nessuno può dire, più o meno coscientemente, di non vivere rispettando le tradizioni alle quali è stato educato o secondo gli usi e i costumi della propria famiglia o secondo i miti del luogo in cui è nato e cresciuto e dove, magari si è anche sposato e dove ha messo al mondo anche dei figli. Tutto ciò un tempo valeva paese per paese. Oggi si può dire che quella valenza si estenda nel più ampio spazio di un'intera regione e domani, chissà, potrebbe esserci una mentalità comune europea.
Se questa fosse una legge, come in fondo è, nessuno potrebbe obiettare se dicessimo che i programmi della RAI, appunto perché tutti i cittadini della città di Roma lavorino ed usino, nell'espletamento del proprio lavoro, dell'apporto e dell'influenza della propria cultura personale e locale, delle proprie morali storiche, religiose, politiche, degli usi e dei costumi di quella città, ivi compreso quel bagaglio mitologico sul comportamento morale delle persone, perché ciò che è bene a Roma non necessariamente potrebbe esserlo a Torino o a Palermo. Discorso troppo semplice? Solo in apparenza. D'altronde, quale altro discorso di buon senso potrebbe farsi a tal proposito?
Se la RAI di notte trasmette da trent'anni lo sketch di Aldo Fabrizi vestito da sciatore, c'è da pensare che a qualcuno dei dirigenti quello sketch piaccia, perché la sua cultura teatrale è solo quella dell'avanspettacolo, uno spettacolo cui ogni tanto, quasi a crearsi un Hinterland nobile, ogni attore nostrano pensa con una certa nostalgia, ma che in verità, quel teatro, sociologicamente faceva solo parte della vita delle parti emarginate, quelle delle periferie, degli slum della città italiane, dove la povertà, la miseria e l'abbrutimento di certi lavori e di certe professioni, quali quelle del meretricio, tanto per fare un esempio, se non si vuole proprio parlare di mafia, camorra e 'ndrangheta, erano l'unico mezzo per vivere, ammesso che il denaro guadagnato fosse sufficiente. Se di una scuola i nostri attori romani possono parlare di quel teatro, non è certo una scuola di raffinatezza dell'arte del recitare, ma solo di sopravvivenza fisica. La miseria era l'unica catena che li legava a quegli spettatori, ma, d'altro verso, se qualcosa di utile c'era da cavare dal teatro dell'avanspettacolo, ciò sarebbe potuto essere l'aspetto sociologico di un'arte che tendeva solo alla sopravvivenza degli attori e non altro, perché la brutalità di quegli spettacoli non era certo un'idea di progresso. Questo, ai canzonettari, ai teatranti cinematografici di casa nostra non interessa. Chissà, forse credono col successo di essersi scrollati di dosso quella miseria mentale, causata dalle difficoltà materiali. Per loro il successo giustifica tutto e ciò, in consonanza con un intero paese come il nostro dove la cultura, quella che dovrebbe, anzitutto, servire ad autoeducarsi, è stata sempre disprezzata, un paese che non possiede né un teatro e né un'orchestra sinfonica ed un coro nazionali, a spese dello Stato, che potrebbero essere finanziati diminuendo gli innumerevoli privilegi dei parlamentari, vergognosi ed offensivi della povertà, mancanza di cui ci si dovrebbe vergognare, e a causa della quale nessun politico, nessun intellettuale, ai quali ultimi interessa solo la vendita dei propri libretti, prova il più piccolo dei sensi di colpa, neanche per un attimo, uno solo, nella propria vita. A proposito delle nostalgie avanspettacolistiche di quegli attori, credo che nessuno di loro possa amputare da se stesso le esperienze della propria vita o del proprio ambiente, a meno di operazioni dolorosissime che presuppongono una chiarezza mentale e un'autocoscienza fredda e lucida, cioè, una capacità di autoanalisi cui non si può giungere se ad essa non si è stati educati, cosa, d'altronde, non facilmente rintracciabile in persone che vivono di sola emotività e la cui cultura, al massimo, e sempre fatte le debite eccezioni, consta solo di reminiscenze scolastiche, alle volte anche mal digerite! Con ciò non si vuole affatto togliere importanza e validità, per esempio, al teatro napoletano dei fratelli De Filippo: questo è anzitutto la storia della città di Napoli e della sua gente e per quanto altre città italiane a quella si possano comparare, tuttavia la diversità, diciamo pure, la specialità di una Napoli resta unica. D'altronde, l'unificazione del nostro paese è cosa che è stata fatta solo superficialmente, nonostante le due guerre che avrebbero dovuto fare da cemento. Fare gli Italiani, come aveva auspicato Cavour, è cosa ben più lunga e difficoltosa, perché, anzitutto li si sarebbe dovuti rendere uguali nelle capacità economiche, cosa, questa, che non essendo avvenuta, causa tutte le diversità possibili e le guerre da queste nascenti. Basta pensare che la Francia è nazione da molti più secoli. Il che è tutto dire, tanto per fare un paragone. Da noi le diversità valgono e si sostengono a vicenda. Basta pensare alla rivitalizzazione, per altro illusoria, perché certi ritorni sono impossibili se non tornano le situazioni storiche - economiche che le avevano causate, dei dialetti, che già nelle città, anche medie, non esistono quasi più, almeno in quelle del nord, essendosi trasformati a causa della loro italianizzazione e, d'altro verso, anche con la dialettizzazione dell'italiano, venendosi così a creare una particolare lingua, quasi un sutura fra dialetto e lingua.
Tornando alla RAI ed ai suoi spettacoli teatrali, dove sono, d'altronde mai compresi nei suoi piani, i teatri (non si allude certo agli edifici) delle città di Torino, Venezia, Milano, Reggio Emilia ed anche della stessa Firenze o Catania o Cagliari, dei quali, essa, quale organo dello Stato in una visione regionale paritaria, avrebbe avuto il dovere di occuparsi? Se uno straniero dovesse giudicare l'Italia dai programmi televisivi e dal suo cinema, saprebbe solo che gli uomini italiani sono persone che restano agghiacciantemente immobili davanti ai televisori, con la lingua gocciolante e penzoloni fuori della bocca, mentre lo sguardo è ebetemente fisso sulle cosce nude della ragazzina discinta che compie della strane evoluzioni ginniche definite, non si sa per quale esoterica conoscenza, balletto; che parlano una strana lingua che approssimativamente può essere definita anglo/romano, dato che se interesse ci deve essere per un altra lingua, non certo per la propria, questa non può che essere che l'inglese, tanto di moda oggi come lo fu il francese ieri. A Milano. per anni ha calcato le scene teatrali un certo Piero Mazzarella, uno dei più grandi attori italiani di questi ultimi tempi. La RAI ha mai saputo chi fosse Piero Mazzarella? Perché non riprendere alcune della sue commedie? Già, si era detto nei corridoi della romana RAI, il lombardo era dialetto che i meridionali non avrebbero capito. Chi ha detto che quelli della Valtellina possano aver capito il napoletano o il romano?
La lingua che da tutto ciò consegue, come si è detto, consta di una parte di parole inglesi, naturalmente pronunciate male, di poche parole italiane derivanti non certo dalla lettura dei libri, ma dai telegiornali o dalle televisioni in genere, parole di facile comprensione e che, anche quando non sono capite appieno, sono, pur tuttavia ripetute a memoria nelle frasi che le contengono, come se si trattasse di formule di modulari, da parole dialettali che hanno subito una italianizzazione, quale, per esempio, il verbo azzeccare, il cui corrispondente in italiano sarebbe indovinare o al massimo, tanto per non apparire un purista, prenderci. Resterebbe da chiedersi, come ulteriore curiosità o stranezza, perché, come accade puntualmente anche nella traduzione dei film stranieri, si debba usare la parola colazione invece di pranzo per il pasto del mezzogiorno, errore che genera un po' di confusione nel cercare di capire la trama del film. Non dipenderà dal fatto che, forse, i nostri scrittori romani, almeno quelli del film, conoscono poco l'italiano? A tal fine, sono sicuro che, se richiesti, esibirebbero fior di lauree nelle discipline più disparate, ma non servirebbero a niente, perché, quello che conta, tanto per non smentire Ludwig Wittgenstein, sono solo i fatti. A tal proposito basterebbe vedere, per rendersene conto il film dei fratelli Vanzina che ne sono un esempio quasi liberatorio.
A poco varrebbe, tanto per non lasciarla inevasa, dato che ognuno si sentirebbe in dovere di riferirla, l'eccezione che la lingua muta con l'uso che se ne fa, è solo un ricercare o stabilire un alibi per le proprie indebite forzate mutazioni linguistiche/lessicali, perché, in realtà, queste dipenderebbero non da cause naturali, ma da artificialità totalmente momentanee, che durano per il tempo in cui possono durare le impalcature per una rappresentazione teatrale e per la ripresa della scena di un film.
f) - Il ricercatore di usanze, ricette, pietanze... perdute.
Normalmente sono programmi che vanno in onda nelle ore del mattino della domenica e terminano con il primo telegiornale del giorno (che sarà ripetuto identico per ventiquattr'ore). Dopo la sigla, un motivetto agreste qualsiasi apre la scena sull'aia di una casa colonica posta in una frazione di un paesino degli Appennini o della campagna romana o in qualsiasi altro posto dello stivale, e, primo attore in assoluto, appare il presentatore nella cui mano destra ormai il microfono è entrato a far parte dell'articolazione ossea del braccio, che vestito da falso cacciatore, indossante una regolamentare camicia a quadroni scozzese, pantaloni di velluto verde, gilet di panno scuro, e un altrettanto regolamentare fazzoletto variopinto al collo e con il capo coperto da un irregolare, dato tutto quel travestimento, cappellino da marine. Dietro di lui, schierata, come se fosse su un palcoscenico, su una fila, e come se si trattasse di presentare l'intera compagnia al pubblico, alle spalle dell'attore celebre capocomico, gli abitanti della frazione con i costumi locali o quelli della domenica, e, in avanti, i componenti della famiglia, incapaci di difendersi dall'invadenza dell'individuo, nella cui aia il presentatore/attore, che ne ha preso pieno possesso, esercita la sua brava arte di scopritore di antichi gusti, di vecchi appetiti e ricette... perdute. Naturalmente (credo che a ciò debbano seguire obbligatoriamente, per contratto, un regolare corso organizzato dalla direzione della RAI e della MEDIASET) la regola della continua interruzione, quando la risposta dell'interrogato sugli usi, etc. sta per prendere forse troppo piede e rilievo durante la trasmissione, è applicata con regolare ed inesorabile... regolarità impietosa. Alla vecchia di casa, magari centenaria, chiede quale sia la ricetta di vita che l'ha fatta vivere tanto, domanda alquanto iettatoria, cui la vegliarda, dopo aver dato uno sguardo in tralice allo iettatore/presentatore, risponde che non ne ha nessuna, che lei ha sempre vissuto in quel modo e quasi non se n'è accorta. Che altro, se no? L'ineffabile presentatore si rivolge, allora, alla padrona di casa, che per l'occasione è stata obbligata a spostare i suoi fornelli all'aperto, per esigenze di palcoscenico e quindi di spettacolo, che cosa stia cucinando e di spiegare agli spettatori, la ricetta. La povera donna, tutta contenta e suggestionata dalla notorietà del presentatore/iettatore, riesce solo a dire la prima parola, perché subito dopo l'ineffabile presentatore la interrompe e recita lui stesso la ricetta. Così per tutta la trasmissione. A poco tempo dalla fine del programma, dimostrando di non avere il minimo senso di vergogna e allo stesso tempo, dimostrando di possedere un senso allucinante dello sfruttamento dell'occasione, il prefato presentatore chiede alla padrona di casa di regalargli, come ricordo dell'evento, certo infausto per l'ospite contadina, due o tre prosciutti, debitamente maturi, due o tre casse di vino, di quello bbono, dei pani debitamente cotti al forno di casa, frutta di stagione, formaggi, ricotte, etc., insomma, accumulando roba per un valore che va dalle trecento euro alle mille, sufficiente per foraggiare per sei mesi una famiglia di sei persone e vantandosi poi con gli amici di consumare roba bbona, di campagna, non quella di città! La povera, si fa per dire, contadina tutta contenta di essere stata depredata... ma era uno della tivvi, non ci si poteva di certo rifiutare, eh!, riempie l'auto dell'ineffabile presentatore, per di più ringraziandolo e aggiungendo in tal modo la beffa al danno. Tanto può la suggestione! C'è da chiedersi se il tempo di quella gente megalomanemente importunata dal presentatore, sia stato regolarmente e adeguatamente remunerato, ma questo non lo sapremo mai!
g) - Il documentario architettonico o pittorico.
In tali documentari la cinepresa sembra impazzita. Salta da un punto all'altro del monumento in tal modo che di esso non si potrà mai avere una visione intera, d'insieme, ma al massimo se ne conserverà nella memoria solo dei particolari, presi qua e là, senza nessun ordine e senza che si sappia, dopo, in che punto del monumento ognuno di quelli possa essere inserito, sempre che qualcosa resti di quel guazzabugliare della cinepresa. Se oggetto del documentario fosse, ad esempio, una cattedrale e i suoi affreschi, ebbene la cinepresa ora mostrerebbe la base di una colonna, ora l'angolo sinistro in alto di un portale, ora il culmine di un timpano, ora i piedi di una statua in una nicchia e lo stesso accadrebbe per gli affreschi. Colui che manovra la cinepresa non ha nessuna cognizione architettonica e colui che lo guida e che poi stende i testi a commento, dovrebbero entrambi conoscere uno il mestiere dell'altro.
Se si trattasse di riprendere una cattedrale, la cinepresa dovrebbe imitare l'occhio del visitatore, cui bisognerebbe offrire, anzitutto, di quel monumento, poiché non ce l'ha, una visone unitaria, esponendone la pianta e spiegandone le parti. Solo dopo si potrebbe passare alla ripresa diretta, poiché lo spettatore saprebbe sempre in che punto della chiesa si troverebbe. Si comincerebbe col riprendere la facciata, poi i fianchi. In tal modo si avrebbe una dimensione volumetrica. Infine, dopo aver inquadrato in modo particolare il portale, si entrerebbe in chiesa. Una visione complessiva, generale, della navata centrale in fondo alla quale si scorgerebbe l'altare maggiore e poi si passerebbe prima in quella di destra, soffermandosi ai vari altari delle varie cappelle, illustrandone gli affreschi che ne ornerebbero le pareti e così via, in un percorso lineare tutt'intorno alla chiesa, finché non si sia usciti da essa, tornando sul sagrato.
FINE DELLA PREFAZIONE DELLA SECONDA PARTE
FINE DELLA TERZA PAGINA
I N D I C E D E I P A R A G R A F I
e) - La mitologia degli addetti ai lavori
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