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I N D I C E  D E I  P A R A G R A F I

QUARTA PARTE

b) - I giochi a premi

c) - La lettura delle poesie

d) - Operazione nostalgia

 

A V V I S O  P R O P E D E U T I C O

 

Riguardo alle affermazioni, alle asserzioni, ai giudizi e anche alle opinioni espresse in questo sito, si fanno sempre salve le eccezioni, che, data la duplicità dell'esperienza umana, perfino in quella religiosa, non mancano mai. Un tanto, per non sentirsi ripetere stupidamente la frase, ormai logora a un punto tale, da non dire più niente, che non si può fare di ogni erba un fascio, frase molto nota ai politici che, per giustificare le loro magagne o i loro intrallazzi, usano ripeterla a ogni piè sospinto, anche dove l'uso di essa non avrebbe senso!

QUARTA PARTE

Cose di cui in generale non si sa niente o che dalle TV non sono dette o rese pubbliche.

a) - Il pubblico delle trasmissioni.

Solo in questi ultimi tempi si è riusciti a sapere che coloro che formano il pubblico delle varie trasmissioni televisive, quelle definite "in diretta", vengono remunerati. Si suppone che l'importo di tale remunerazione debba essere di poche lire (in veneto si direbbe che  vengono accontentati con una "scodella di farina"). Sì, certo, viene loro assicurato anche il pranzo che s'immagina composto da un panino con il formaggio o con il prosciutto cotto (o uno o l'altro), perché quello crudo costerebbe, il tutto, anche questo lauto pranzo, del valore di pochi centesimi. Tutto ciò, nel linguaggio degli economisti, si chiamerebbe  efficienza. Al personaggio celebre si è disposti a sganciare fior di milioni, il povero cristo (perché in tal modo lo si tratta) che fa da pubblico, lo si accontenta con un miserevole panino al formaggio e con un'irrisoria mercede di qualche euro, dimostrando in ciò, i dirigenti, i proprietari delle TV, una tenace volontà di rapina o spirito di sfruttamento dei deboli. Credo, d'altronde, che nessun sindacato, organo di Stato o parlamentare si sia mai preoccupato della cosa, perché fare "il pubblico televisivo" è anch'esso un lavoro e come tale andrebbe  remunerato secondo tariffe orarie non certo irrisorie. Ogni trasmissione, come accade nel cinema, viene montata, cioè dopo numerose  prove, durante le quali il pubblico resta (condizionato secondo metodi di pavloviana memoria) per battere le mani all'accendersi di una lucetta rossa, posta alle spalle della telecamera. Quindi, la reale durata di una trasmissione non è la stessa di quella che viene mandata in onda, ma quella totale risultante dalle prove. Se si tiene conto delle ore in cui il balletto (bisogna pur chiamare in qualche modo l'esecuzione di noiosi esercizi ginnici) fa le prove di trasmissione, del tempo che impiega la cantante, recente vincitrice del Festival di Sanremo, ad intonare il motivetto di una canzonetta che consta di una, due battute con intervalli che non superano mai quelli di terza, delle prove d'orchestra, che magari in quel giorno sembra affetta da crisi depressiva, suonando ognuno dei componenti per proprio conto, presi da un'anda jazzistica (ognuno di essi sogna di far parte, in America,anzi, negli iu-es-ei, col tempo hanno imparato a dirlo, di un'orchestrina  jazz e di esibirsi in lunghi assolo con il proprio strumento) , o dello strumentista che non riesce a trovare lo skating necessario per meravigliare una platea più in stato di estasi mistica e quindi con la mente vuota, trattandosi, non certo per loro colpa, di persone totalmente incolte musicalmente e per le quali la musica e, quindi, la canzonetta è solo un veicolo sentimentalistico (parola, questa, che non ha niente a che fare con l'aggettivo sentimentale, derivante da sentimento), volendosi affermare che la canzonetta o la musica leggera in genere, non è affatto l'espressione di un vero e reale sentimento, quanto della sua deformazione, di un qualcosa che pur essendo parallelo ad un vero sentimento, tuttavia non ne possieda la realtà; insomma, non avrebbe niente a che fare con l'espressione di un vero dolore o di un genuino  senso d'amore, etc.,, aggiungendo, infine, a tutto ciò le battute sbagliate degli speaker (la parole straniere, quando vengono assunte in italiano, restano invariate, quindi è totalmente inutile aggiungervi la esse finale del plurale, tanto per far vedere che si è frequentato un rapidissimo corso d'inglese), e dei comici (per questi, la ripetitività sembra apportare nuova linfa come apportava forza a Sansone la ricrescita dei capelli), e tante altre piccoli ammennicoli che di certo non rendono il preparare uno spettacolo televisivo un gioco da bambini, in quanto coloro che vi prendono parte, ad esclusione del pubblico, sono spesso, persone affette da crisi d'identità o di megalomania, diretti da registi poveri d'idee, la più sublime delle quali consiste nello zummare velocemente al ritmo di rap. Allora, se si tiene conto di tutto ciò, si capisce quanto in realtà possa durare uno show televisivo. Durante le interminabili e noiose prove, il pubblico che deve applaudire (potrebbe essere buona la prima o la quarta) resta seduto a lungo, per essere, alla fine ripagato con poche migliaia di lire. In realtà si è approfittato della ingenuità e della suggestione che la gente prova di fronte ai divi del momento e a quel sentirsi a tal punto ripagati, per esser stati, più che chiamati, accettati e quindi felici di trovarsi lì, dove le trasmissioni vengono create, dove possono vedere e restare in adorazione dei loro divi e delle loro dive, a tal punto che non accetterebbero neanche una lira di diaria pur di restarci, in tal modo concedendo all'organizzazione dello show di risparmiare sul budget, regalandole altresì una scusante, un alibi, se le diarie pagate sono irrisorie.

 

b) - I giochi a premi, le vincite in gettoni  cosiddetti d'oro.

Un meccanismo simile, se non nella forma, almeno nella sostanza, è posto in essere nei giochi a premi, quelli che più affascinano gli spettatori che, nelle loro case, seguono quei programmi con partecipazione, perché in essi la suggestione, che è maggiore che in altri, è data dalla reale percezione del denaro, merce sempre desiderabile, specie per chi vive stentatamente, la cui entità è, ogni volta che il  candidato concorrente supera una prova, annunciata con enfasi e squilli di fanfare. Quello che si è subodorato, facendo un po' di conti, è che alla fine, quando il candidato ha raggiunto il suo acme in quella trasmissione a premi e viene licenziato, il valore della somma del premio in monete d'oro, si rivela deludente, poiché, come sanno coloro che per varie ragioni vi siano costretti, il valore che l'orefice o il ricettatore paga per l'oro lavorato, cioè quello p.e. di collane, anelli e quindi di gettoni d'oro, consta a stento di un decimo del prezzo dell'oro non lavorato. Quindi, un premio di cento milioni in gettoni d'oro, al massimo ha il valore di un terzo, ad essere ottimisti, e, ammesso che la quantità d'oro contenuta in quelle monete possa giustificare l'importo  della rivendita, perché le sorprese non sono mai troppo. In tal caso non sarebbe responsabile l'organizzazione del gioco e la stessa TV di truffa, aggravata dagli artifici consistenti nel fatto di aver fatto credere che il valore dei gettoni fosse quello nominalmente dichiarato  pubblicamente e reiteratamente? Non bisogna dimenticare che su quel premio il vincitore dovrà pagare le tasse. Su quale valore? Su quello dichiarato dalla TV o su quello del reale valore delle monete?  Non sarebbe, poi, nulla la dichiarazione pretesa dalla TV con cui il concorrente accetta ogni possibile condizione liberatoria gli venga imposta a favore delle TV, fra le quali la più importante è quella di non querelare o di non promuovere causa civile contro di essa?

Altra piacevolezza televisiva è quella dei programmi i cui premi consistono in cose: utensili, elettrodomestici, abiti, profumi etc. Orbene, cosa succede se, malaugurato esempio, un concorrente di Palermo, dopo essersi recato a Milano per prendere parte al gioco a premi, vincesse una cucina, cioè i mobili per arredare completamente una cucina, compreso il lavandino o lavello e il secchio della spazzatura? Se vuol portarsela a casa, cioè a Palermo, deve pagarsene il trasporto che mediamente, da Milano, gli costerebbe una decina di milioni, ma con tale somma una cucina quel concorrente siciliano può comodamente comprarsela a casa sua e forse potrebbe ottenerne una delle migliori. In realtà, il concorrente, sia perché non dispone dei dieci milioni per il  trasporto sia perché è deluso, poiché aveva creduto o non aveva  affatto pensato che la vincita non avrebbe compreso il trasporto a casa, vi rinuncia, senza che per ciò possa ricevere dalla società televisiva il denaro equivalente, perché non è stato previsto e scritto nel contratto. Così, quel premio può essere comodamente rimesso in palio, cosicché la società televisiva potrà lucrare, non solo sul valore della cucina, ma anche sui dieci milioni del trasporto. Ancora una volta la TV non risponderebbe, nonostante gli accordi firmati e nulli già in antecedenza perché vessatori, di un qualche reato penale approfittando della buona fede del concorrente? Comunque, in tutta questa storia non esisterebbe una nullità, quale, ad esempio, un'adempienza contrattuale, anche a causa dell'esistenza di clausole vessatorie?

Se si dovesse guardare la TV con il codice penale in mano, non si finirebbe mai di accertare  comportamenti criminosi, per i quali si crederebbe d'essere esenti da pena a causa della celebrità che  l'eventuale accusato godrebbe al momento. Gli ispettori del lavoro hanno mai pensato di farsi un qualche giretto per gli studi televisivi a controllare che, oltre alle leggi del profitto, siano osservate anche le leggi  sul lavoro (non ci sono solo persone che vi lavorino a chiamata o a cottimo)?

 

c) - La lettura delle poesie con il sottofondo musicale.

Non c'è niente di più inutilmente idiota, oltre che peccare di rozzo intendimento del diverso valore espressivo della musica e della poesia, che leggerla con il sottofondo di una canzonetta o, nei casi in cui si ritiene esser cosa più raffinata, con quello di un brano di classica. Coloro che sono spinti a tale uso distruttivo di un'arte e dell'altra, sono gli stessi che affermano essere l'arrangiamento a brano di musica da night, per esempio, dell'Inno alla gioia di Beethoven, il mezzo migliore per far capire la musica classica. Che cosa poi si debba intendere per "capire la musica classica", questo deve esser ancora spiegato.

La polemica, quasi una guerra, sul valore espressivo della musica e quello della poesia, se una sia più o meno espressiva, oltre che più o meno musicale, dell'altra, data già dal Rinascimento (l'equivoco di questa guerra ha fatto nascere l'opera lirica) e per secoli si è trascinata senza vinti o vincitori e ancora si trascina per altri motivi e cause che nulla hanno a che fare con le altre, al livello deteriore delle televisioni dove ragazzotti impastati solo di musica rock, con relativo detrimento delle loro facoltà auditive, parlano a tutto spiano di musica, senza differenza alcuna, non solo fra i vari generi, ma fra una composizione e le altre  di ogni singolo autore, creando, in tal modo, con affermazioni che non stanno né in cielo così come in terra, quale quella di dichiarare la musica rock meglio (?) di quella di un Rossini, un guazzabuglio che sa di liquame da cloaca, affermando a scusante, di dare alla gente ciò che essa vuole. Mai, nessuna affermazione, nella storia dell'umanità, fu più disonesta e sleale, se non più stupida e superficiale, di questa. Scusante che somiglia a quella degli stupratori che affermano di esser stati provocati dal vestire, asserito, discinto della vittima, non ritenendo che essi stessi avrebbero dovuto avere dei freni inibitori alla loro stupida e rozza sessualità, per intenderci, quella goduta dai cosiddetti macho, una volta chiamati latin lover.

 

d) - Operazione nostalgia.

Nelle commemorazioni della morte di giornalisti, la RAI è insuperabile, come lo è anche nel commentare attori e cantanti morti anch'essi o in pensione o ormai decrepiti. Detto per inciso, mai che si sia sognata di commemorare la nascita, tanto per fare un esempio, dato che dovrebbe far parte, non solo a livello di reminiscenze scolastiche, della cultura dei suoi giornalisti, di un grandissimo storico quale fu Cuoco, o filosofi come Giambattista Vico e il napoletanissimo Benedetto Croce, anche se era di Pescara (tanto per parlare d'intelligenza meridionale e non nordica), per citarne i più noti, o quella di un altro dei grandissimi personaggi dell'intellettualità ottocentesca meridionale, quale il grande storico Michele Amari la cui opera, quasi sconosciuta e negletta, fosse anche agli stessi siciliani, è nota solo ad uno sparutissimo gruppo di sconosciuti e fosse anche misconosciuti: sarebbe l'unico mezzo che ci aiuterebbe a capire chi sono stati i popoli islamici che hanno tenuto sotto il loro dominio la Spagna all'incirca per sei secoli e la Sicilia per quasi tre, fondando dei magnifici e splendidissimi califfati, e un impero che si spingeva fino alla catena del Karakorum, (la Mondadori che, fra le molte cose di cui si dice che conduca vanto -  non si sa quanto, poi, rispondente al vero - , perché, di tutti i libri dell'Amari, non fa una riedizione critica a basso costo?).

Invece, di solito avviene durante i telegiornali, all'improvviso la voce dello speaker si fa flebile, assume delle note commosse e lacrimose e annuncia, mentre lo sguardo sembra assumere la fissità tipica del pensatore di Rodin, e con languidi sospirosi accenti, annuncia la morte di Tizio giornalista emerito, stimato collega, valido reporter, scopritore dei segreti più... segreti, della magagne dei politici - si fa per dire, perché tali ultime imprese, i nostri giornalisti non le hanno mai compiute, data la tacita alleanza cui si sono sempre richiamati questi e quelli, e anche ammesso che qualcosa riuscissero a scoprirla, se il  politico indagato morisse, subito avremmo su costui servizi giornalistici commemorativi che direbbero del defunto ogni bene, tacendo accuratamente ogni male - , snocciolando, una dietro l'altra, frasi che non sono affatto lontane dal linguaggio con cui la pubblica amministrazione, in persona dei propri capi o capetti, o dei cosiddetti pezzi grossi, dei grandi personaggi dello Stato, incensandosi a vicenda, usano rivolgersi cerimoniosamente l'un verso l'altro, cioè quel linguaggio che sa tanto di spagnolesco vuoto formalismo, le cui parole, non sentite, esprimono il niente assoluto. Tutto ciò non sarebbe usare a scopo privato un mezzo pubblico qual è la nostra RAI? Penalmente ciò non potrebbe raffigurare il reato di interesse privato in atti d'ufficio? O, al contrario, che, forse, il giornalista, pur essendo un uomo che parla alla  coralità di un pubblico, per ciò abbisognerebbe considerarlo un'autorità dello Stato? Ormai, come un cavalierato della Repubblica non si nega a nessuno, sembrerebbe perlomeno strano non concedere un funerale di Stato ad ogni deputato, così  come se facesse parte del loro contratto di lavoro, ammesso che un tal contratto possa essere vigente.

La RAI usa un altro tipo di commemorazione, mostrando in ciò una fervida fantasia: quella che avviene mediante spettacoli che si dilungano per le ore di un intero pomeriggio, durante le quali si cantano vecchie canzoni (spesso orchestrate in modo più moderno, dimenticando che se un qualche interesse debba per forza riconoscersi alla canzonetta, questo non può che risiedere proprio in quel suo apparire sentimentalmente vecchia appunto per la sua prima orchestrazione, quasi acquistasse un'umanità che mai potrebbe possedere, data la sua labilità) e si parla di vecchi personaggi, mostrando di questi i sopravissuti come se fossero vecchie reliquie di battaglie il cui ricordo si è perso, o vecchie lacere bandiere memori dell'eroismo  delle italiche schiere nelle guerre avverso l'oppressore di sempre, assumendo, allo stesso tempo, la cosa, l'aspetto del rito da pellegrinaggio alla grotta del santo eremita e taumaturgo che, in vita ogni tanto era preso da raptus masochistici, tormentando se stesso, il proprio corpo, con gli aggeggi più vari e più strani.

Orbene, la musica la si può ascoltare a tre livelli: corporeo, emotivo e mentale. Ciò dovrebbe essere la prima cosa che dovrebbero sapere coloro che la musica si dice che l'insegnino. Il primo livello è dato dal fatto che ogni uomo,  a meno che non sia nato sordo, è fornito di udito che gli permette di sentire i suoni. E' questo uno stadio puramente fisico e la musica viene assunta quasi con... lo stomaco, nel senso del piacere fisico che quella permette di provare. Il secondo stadio è dato, grosso modo, dal conferire a certe frasi musicali, per esempio una sequenza di note ascendenti o discendenti, ad una certa modulazione (cambio di tonalità), un significato affatto personale, derivandolo dal proprio stato emotivo del momento, restando poi il tutto, note e significato emotivo, fissato in modo duraturo nella memoria.

Il conferimento di quel significato, sempre restando in un ambito d'ascolto inteso come capacità media di porre attenzione a ciò che l'orecchio avverte, non dimenticando che, man mano che si scende nella scala del possesso o meno di cultura, di qualunque genere essa sia, e del grado di sensibilità emotiva, l'attenzione diviene sempre più labile, e l'ascolto dura solo per la percezione della prime note. Tutto ciò non ha niente a che fare con l'essere più o meno intelligente, ma dipende dalla mancata educazione musicale, anche come tradizione familiare e dal mancato vero insegnamento di essa. E' l'unico modo per cui si riesce a capire, per esempio, come un ingegnere, cioè un uomo di cui si presuppone un'intelligenza massima, dato che ha studiato matematica e fisica (perché dichiarate uniche scienze esatte), possa fermare o limitare il suo interesse musicale, si fa per dire, alle canzonette anni sessanta.

Tralasciando di parlare di musica classica, due sono le caratteristiche della musica leggera (mai termine fu più appropriato): l'orecchiabilità ed il ritmo, se non si vuole aggiungere a questi l'esigua sequenza di note che compongono la melodia. L'orecchiabilità è l'elemento fisico del sentire (non dico ascoltare che ammetterebbe concentrazione e, quindi, attenzione a ciò che si sente, cosa che non è necessaria per la canzonetta, che la si può anche sentire mentre si è occupati a fare qualcos'altro). La facilità della memorizzazione del motivetto (che questa, in fondo, è l'orecchiabilità) si trasforma in una specie di percorso mentale obbligato (come negli stati ossessivi), cosa che permette le adunate in occasione dell'esibizione sulle piazze del complesso o del cantante del momento, la creazione di fan-club a nome del divo preferito, di organizzare le operazioni nostalgia, le hit-parade, di riproporre, mediante dischi la cui somma è chiamata compilation, vecchi successi, poiché anche la musica leggera rientra, più che nella musica vera e propria, nell'elenco merceologico delle cose commerciabili, non si sa se prima dei prosciutti o dei detersivi o dopo i formaggi o il vino, non essendo essa, oltre a ciò, scevra da tutto ciò che di commerciale possa esserle associato, dalla fotografia del divo, alle scarpe che indossa, al taglio dei capelli, al trucco e perfino ai posti in cui lui va in vacanza. Ascoltare una canzonetta è come mangiare una mela. La si addenta, se ne mastica il boccone, lo si gusta perché la lingua è provvista di quelle che sono chiamate papille gustative, e poi si ingoia il tutto. Quando la mela è finita e si è gettato via il torsolo, di essa non ci resta neanche il ricordo. Chi può dire di ricordarsi di tutte le mele che in vita sua ha mangiato? Nessuno! Ciò che, invece, ricorderemo è il piacere che abbiamo provato e la possibilità di riprovarlo, cosa che a sua volta è anche un piacere, rimangiando un'altra mela o un altro frutto o un'altra cosa, sempre che non ci avveleni. A questo tipo di piacere, giacché la mente è portata a ricordare le cose buone e a  dimenticare quelle cattive, è legato quel meccanismo inconscio per cui al suono di una canzonetta emerge un tratto della propria vita vissuta, una specie di rozza recherche personale. In se stesso è un meccanismo perverso, dato che favorisce quel sentimentalismo per se stesso deprecabile, poiché non è sinonimo di verità, ma di realtà artificializzata dagli apporti delle merci e dei miti fantastici, di cui fa parte il consumismo, che deformano la realtà della nostra epoca, travestendo, allo stesso tempo, la nostra esistenza (non trovo altro termine che a quello possa corrispondere) con degli stracci, illudendoci di essere, o che ci avranno indotti o costretti a crederlo, preziosissimi, costosissimi ed elegantissimi abiti d'haute couture.

Il ritmo. E' uno degli elementi che fa parte del suono, insieme all'altezza ed al timbro. Senza di esso si udrebbe un lungo suono senza interruzioni di sorta, almeno in teoria. Nessuna composizione musicale, in ogni tempo ed in ogni luogo, ne può essere priva. La melodia più... melodica lo possiede nella stessa misura in cui lo possiederebbe un brano di jazz. Se nel passato esso faceva parte della melodia stessa (si parla di musica comunque popolare, per intendersi, quella cui il basso fa da accompagnamento, con la differenza che nella canzonetta esso, il basso, non riveste più alcun valore espressivo, se non contribuendo al timbro della melodia. e, quindi, del canto), col passar del tempo quel ritmo, sotto le influenze che provenivano in special modo dalla musica nera importata dagli schiavi africani in America, specie negli USA, cominciò ad essere supervalutato e a diventare più enfatico finché esso prese il sopravvento. A sua volta, gli strumenti musicali non a percussione finirono sotto tale influenza, per essere suonati come se lo fossero anch'essi, forse non tanto per volontà precisa, quanto perché i negri che componevano le orchestrine jazz del sud degli USA non avrebbero potuto suonarli diversamente, tralasciando la leggenda che vuole il nero, in genere, portato naturalmente alla musica fortemente ritmata.

Tutto ciò, al di fuori di quegli schemi iniziali, oggi, porta ad una situazione regressiva, in quanto se per un verso, per esempio, come doveva avvenire presso le tribù primitive (nel senso che sono vissute prima di noi, del mondo cosiddetto moderno), il ritmo con la sua monotona cadenza (battere) serviva, con l'eccitazione che ne conseguiva, a ridurre lo sciamano o il sacerdote o lo stregone in trance, al fine del congiungimento con il dio di cui in particolari momenti della vita comune bisognava impetrare il favore, il ritmo che, invece, eccita e ottunde la massa dei giovani che assistono agli spettacoli  di musica rock, si riduce ad una regressione  data dall'eccitazione che, diversamente dalla primitiva, non avendo nessun fine, si perde nel vuoto della coscienza, in assenza di una pur minima  non avvenuta conoscenza.

 

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INDICE DEI PARAGRAFI

 

QUARTA PARTE

b) - I giochi a premi

c) - La lettura delle poesie

d) - Operazione nostalgia

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