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Le trasmissioni della pietà e del pianto, oppure, il geremiologico televisivo.
Ormai ogni rete ha la sua trasmissione della pietà e del dolore, in ore diverse, in modo che tutte possano essere seguite, dominate come sono dal principio che dice: "Se ai poveri non si possono più spillare soldi, allora si possono sfruttare le loro disgrazie per farne spettacolo". Una cosa avranno certamente in comune i programmatori di simili sconcezze e quegli spettatori che ne restano affascinati, un senso nefando, funereo e macabro della vita, oltre che ad una vena di sadismo, spesse volte mal celato, simili in ciò a coloro che accorrono a frotte in occasione di incidenti stradali e che restano lì incuriositi e, allo stesso tempo, anche atterriti dalla visione di un cadavere squarciato dalle lamiere, sventrato e sanguinante. Neanche tali trasmissioni sono di servizio pubblico, nonostante le reiterate, colpevoli, interessate, oltraggiose e inutili affermazioni in contrario dei programmatori che deve essere gente triste e malinconica per potere immaginare simili spettacoli.
Ancora una volta la suggestione, di cui gli operatori riescono a raggiungere un'acme veramente vertiginosa, convince il poveretto a dare spettacolo della sue miserie (di cui non ha quasi mai colpa), con fare timido e spesso vergognoso cose sulle quali l'indifferenza, il menefreghismo, l'insensibilità, la rozza psicologia e il cinismo del presentatore passano comodamente sopra come un carrarmato o una schiacciasassi, senza, per altro, provare il più piccolo dei moti di vergogna e neanche un minimo rimorso (magari è gente che ogni domenica mattina va a messa e a confessarsi nelle feste comandate!), dato che quel suo fare si raffigura in una mancanza di rispetto per la persona e la sua dignità, limiti, questi, che a nessuno dovrebbe essere lecito valicare pena denunce penali e pene alle quali non si dovrebbe concedere la sospensione condizionale.
L'opera di suggestione non fa che confermare la speranza di potere risolvere mediante la partecipazione alla falsa trasmissione pietosa e lacrimosa, le proprie disgrazie. Ciò suscita nei partecipanti quasi uno stato confusionale (che dovrebbe esser degno di tutela da parte della legge) in cui i poveretti, caduti nella trappola, abituati a ben altre condizioni di vita e di azione/reazione, vengono a trovarsi, senza che perciò si accorgano delle manovre di cui sono cinicamente oggetto. Quelle loro disgrazie non verranno affatto risolte (a meno che non si voglia affermare che quello proposto alla lacrimevole attenzione di un pubblico sentimentalmente stuprato, sia stata un caso truccato al fine della sua spettacolarizzazione, ma che era risolvibile già in partenza). Non si vede perché, tanto per fare un esempio, un sindaco, che non concede qualcosa perché le leggi glielo vieterebbero, debba, solo perché partecipa ad una lacrimevole e pietosa trasmissione televisiva, fare uno strappo alla regola e commettere un reato, di cui poi lui solo risponderebbe, (in tal caso la televisione dovrebbe rispondere di istigazione a delinquere o apologia di reato), concedendo ciò che prima aveva negato. Se poi la mancata concessione fosse frutto di un reato, allora, di certo, il sindaco non andrebbe a confessarlo in pubblico e apporterebbe un mucchio di ragioni, false, che spesso riuscirebbero anche convincenti. Se, poi, il sindaco, tanto per porre un caso, fosse un mafioso, di certo un presentatore anche di gran fama (da quando questa è indice di qualità di un uomo?) non riuscirebbe a trarre un ragno dal buco, nonostante le sue sfrontate affermazioni. Solo un giornalista osò mettersi contro la mafia e finì male, con sommo nostro sincero dispiacere. E gli altri?
In Italia, i giornalisti la legge per i reati commessi a mezzo stampa se la sono fatta personalmente, di modo che l'offeso resta totalmente indifeso di fronte agli ostacoli posti da quella legge, uno dei quali è la scusante addotta dai colpevoli di non potere rendere nota la fonte delle loro informazioni. In tal caso, si osa sussurrare, il giudice dovrebbe essere libero di instaurare altre istruttorie, non potendosi raffigurare quel segreto quasi ad una dichiarazione di non colpevolezza. Inoltre, cosa anch'essa grave, se non forse maggiormente, l'offeso, solo se fosse una persona ricca potrebbe permettersi di difendersi e rincorrere il processo ovunque esso si trovi a causa della competenza territoriale, dato che quale foro varrebbe quello del luogo di residenza del giornale. Sarebbe augurabile che tali reati venissero giudicati nel luogo di residenza della persona offesa, che, comunque, resta sempre la parte più debole da difendere, e che si istituisse per gli offesi che sono indigenti il gratuito patrocinio e che, infine, le pene possano consistere anche nella reclusione e non nella semplice multa che per lo più verrebbe pagata dalla redazione.
Anche di questi si può dire l'inutilità, dato che una ragione in più portata da un politico o una in meno dal politico avversario, non finiscono mai per costituire un giudizio, restando tutto al livello dell'opinione, del dimostrando, e, quindi, del facilmente rigettabile, se di per sé stessa l'opinione fosse inaccettabile. Al di là delle risse che sembrano inevitabili e che rappresentano l'elemento spettacolare, ma che spesso appaiono organizzate di tutto punto, dato che lo speaker sa come manovrare le parti, frenandole o eccitandole con domande incalzanti, tendenziose ed anche stupide, insulse e, soprattutto inutili, che porgono alla parte una facile scappatoia, quando non abbia imparato a parlare molto per non dire niente, cosa che, in fondo, è un modo di tacere. Quello che importa, come sempre in televisione, è lo spettacolo indipendentemente da quello che si dice e dalla nessuna conclusione cui quei programmi portano. A tale proposito, non può sembrare strano paragonare l'attività del conduttore a quella del proprietario della bestia nel combattimento dei galli. Il pubblico degli scommettitori urla a più non posso ed i proprietari dei galli incitano le loro bestie ad una maggiore aggressività, finché uno dei galli non resta stecchito. In questo caso alcuni scommettitori avranno vinto ed altri avranno perso. Nel caso dei dibattiti televisivi i vincitori sono solo gli organizzatori della chiassata, in quanto, tanto più clamore avrà suscitato quella trasmissione, tanto meglio sarà per il conduttore che si vedrà riconfermato nella sua capacità di trarre audience e quindi più soldi per tutti, perché quel programma attirerà maggiore pubblicità.
La pronuncia della lingua italiana e straniera.
L'idiosincrasia dell'Italiano a saper pronunciare correttamente due consonati concomitanti, specie se di natura diversa, p.e. sibilante e dentale insieme, raggiunge i limiti del parossismo e punte eccelse di ridicolo o se si vuole anche di altamente offensivo. Un giornalista napoletano molto noto non riesce, né esiste speranza alcuna che prima o dopo ci possa riuscire, a pronunciare correttamente la lettera X e la lettera Y, chiamandole erroneamente icchese e ippeselonne.
L'inflazione della mancata giusta pronuncia raggiunge l'acme con la lettera acca, che è muta nelle lingue neolatine (con qualche piccolissima eccezione in francese), ma non lo è affatto in quelle di derivazione germanica, per intendersi quasi tutte le lingue del nord Europa, di derivazione indo-germanica.
Accade che in spagnolo le lettere G (ge) e J (jota) hanno il suono di H (hache) aspirata, la prima davanti alle vocali e ed i, e la seconda in tutti i casi, ma chissà per quale strana ragione, il re Juan Carlos, in radio e e televisione italiana, diventa UA' CAL! Ce ne sarebbe a sufficienza per un incidente diplomatico a causa del disprezzo in tal modo dimostrato nei confronti di un Capo di Stato straniero.
Sveliamo il segreto di una parte del titolo di questo libro. Chi è Giò En Bec? E' nient'altro che Johann Sebastian Bach, pronunciato all'inglese da quel giornalista televisivo, che, avendo frequentato alla bell'e meglio un corso più che accelerato in quella lingua, si è ritenuto autorizzato a pronunciare il nome di uno dei più grandi musicisti di ogni tempo (altro che Sting e Jovanotti, per i quali non vale la scusa che quella che costoro fanno è la musica dei nostri tempi, scusa alquanto peregrina, che serve solo all'appiattimento di ogni differenza che, si voglia o no, esiste) all'inglese, forse, ignorando che Bach era tedesco e che quindi la pronuncia del gruppo CH non è una C dura, che la B è quasi una P e che la J è solo una I lunga e che l'acca va sempre e comunque aspirata e che, infine, non basta la presenza in uno scritto qualsiasi della lettera W (originariamente una semivocale) per poter affermare, con falsa sicumera, di trovarsi in presenza della lingua inglese. Quella lettera è presente in tutte le lingue germaniche, mentre in quelle neolatine vi è stata importata a causa dell'uso frequente anche di parole inglesi. Ulteriore esempio. In tedesco non esistono consonanti dolci. C, S e Z hanno quasi lo stesso suono, ma chissà perché, la zeta di Herzog (duca) diventa dolcissima come quella di zenzero e la acca non viene pronunciata, per cui la parola diventa EZZO'?. Se un tedesco, che non sapesse di che parola si tratti, dalla pronuncia del nostro ineffabile giornalista non la potrebbe mai capire.
La lettura del telegiornale o di ogni altro scritto.
Una volta in RAI c'erano le annunciatrici, che, avendo studiato dizione e fatto esercizi di respirazione, possedevano una pronuncia perfetta che poteva essere portata ad esempio. Col tempo, però, queste cose sono state ritenute superflue (mi par di sentirli i detrattori... "abbiamo altre cose ben più importanti cui pensare!") e forse anche artificiali, cosicché oggi ognuno legge come gli pare, senza preoccuparsi minimamente se, per esempio, il suo accento alla Talegalli, rende la lettura del telegiornale una piece comica (tutt'al più si dirà che quel leggere era naturale, tanto ogni scusa sarebbe buona). Una delle difficoltà a capire il portoghese è la irreale liaison delle parole, talché una frase, un periodo, sembra costituito da un'unica interminabile parola. Lo stesso accade al giornalista che legge il telegiornale. Con un'unica aspirazione cerca di pronunciare un intero periodo o frase, da un punto all'altro, ma, perché manca di esercizio del dosaggio del respiro, verso la fine della frase, letta con una lagna costante, quasi un bachiano, strano basso ostinato, si ha l'impressione che stia per soffocare, disagio da cui lui si libera, ormai giunto verso la fine della frase, con un improvviso rialzo del tono di voce, che poi cade altrettanto improvvisamente così da rendere tronca l'ultima parola (ricordate il re Juan Carlos che diventa UACAL?), quasi una chiusa in levare in una formula di chiusura di un brano musicale.
Tutte queste deformazioni, difetti di pronuncia, non possono che essere addebitati alla poca frequentazione dell'italiano, dato che non solo la pronuncia, alle volte, è errata, quanto è la conoscenza del significato esatto della parole a mancare. Un notissimo giornalista della RAI, conduttore di un popolarissimo programma, riprende uno spettatore, che l'aveva usata nel giusto senso, rimproverandogli l'uso della parola indigeno, in quanto non si poteva proprio dire che la persona di cui si parlava in trasmissione fosse stato un selvaggio (fra l'altro, al nome di costui veniva aggiunto l'appellativo di dottore). Quanto leggeva quel dottore? In Italia non è la gente semplice che non legge, ma sono quelli che si piccano di essere istruiti, se non colti, a non leggere. Forse compreranno libri di fotografie, riviste di nautica, anche se non sanno nuotare, o la Gazzetta dello Sport, anche se la partita la vedono davanti al televisore o Cronaca Italiana, ma di libri... sie kaufen absolut keins.
Altro esempio. Che significano le parole cozzo, peccozzo, zatto, quesso, pezzione, pevveziò, zuicidio, vezzare, dicozzo ed altre simili amenità di pronuncia dell'italiano? Perché a Roma si debba chiamare colazione il pranzo è inspiegabile. Come chiameranno, allora, la colazione del mattino e come la cena? E' un modo dialettale di parlare, cioè di trasportare le parole dal dialetto in italiano, aggiungendo, di italiano, loro, al massimo, una qualche desinenza e ciò perché non conoscono l'equivalente parola italiana. Il guaio è che simili amenità avvengono anche in fase di traduzione e di doppiaggio di film (le parole straniere in italiano dovrebbero restare al singolare). Battute su Pippo Baudo in un film americano, ambientato in California e di cui è protagonista una famiglia wasp, che sicuramente non annovererebbe fra i suoi amici degli Italiani, non hanno senso e non fanno affatto ridere e, per altro verso, dicono molto sulla pochezza e della traduzione e della scarsa conoscenza dell'italiano da parte del traduttore.
Lo sport e le cronache sportive.
Se la mimesis era un procedimento centrale nell'operazione estetica, la stessa cosa potrebbe dirsi dello sport in genere. Quest'operazione che a tutta prima sembrerebbe più che lecita, alla resa dei conti non riesce a convincere. E' notorio o facilmente intuibile come lo sport, in genere, o meglio, i gesti dello sport siano una imitazione degli atti di guerra e forse ai primordi della nostra storia, ammesso che esso sia inteso nello steso senso in cui viene inteso da noi, esso non doveva esser altro che un esercitarsi al combattimento. Essi potevano mimare la lotta a colpi di daga o l'assalto ad un muro o il respingere una schiera nemica, oltre alle esercitazioni vere e proprie che tendevano all'irrobustimento del corpo, al migliore uso delle armi e forse anche al miglior modo di uccidere un nemico, senza cadere trafitto insieme a lui. Il gusto degli antichi Greci, mai disgiunto da una certa sacralità, faceva sì che in ogni cosa ci dovesse essere dell'armonia cioè un equilibrio sicché si sarebbe potuti arrivare a stati di perfezione che avrebbero potuto suscitare meraviglia. Senz'altro poteva anche accadere che quell'ammirazione non fosse poi anch'essa tanto equilibrata per cui poteva scadere al livello di scalmanatura, in cui gli appassionati davano in escandescenze, subito trasformate in liti furiose e forse anche ci scappava il morto.
Per quanto Pericle potesse pagare la giornata di lavoro agli operai purché si recassero a teatro, intendendo questo come un mezzo per educare, tuttavia la riuscita di quest'opera non dovette durare molto, ché quell'entusiasmo non governato dovette sempre essere all'ordine del giorno in ogni manifestazione ginnica con tutte le intemperanze che ad essa sarebbero state insite. Se poi dal mondo greco si passa a quello romano, quegli spettacoli che si erano ridotti solo ai vari tipi di lotta erano divenuti truci e sanguinari e, specie con l'avvento dell'Impero, crudelissimi al fine di soddisfare una folla che a tali spettacoli andava in delirio e inneggiava all'imperatore.
Se qualcosa di quella passione è restata nella psiche dei sportivi odierni, questi possono essere paragonati agli "entusiasti del mondo antico"? La perfezione dei codici penali che si è attuata attraverso secoli di legislazione più o meno perfetta, leggi specifiche previste per la tutela dell'ordine pubblico (basta pensare alle italiane leggi di P.S., che tutelano, p.e., la sfilata di manifestanti per la città o altri tipi di manifestazione pubblica, il possesso delle armi, etc.), hanno fatto sì che quelle manifestazioni non scadessero a livello di rivolta con morti e feriti, e se tali rivolte accadono i fattori che le causano non sono più sportivi e anche se, poiché tutto è possibile, potrebbero originarsi proprio durante una manifestazione sportiva, ma allora si saprebbe che degli agitatori debbono necessariamente essersi confusi con gli sportivi.
Ai giorni nostri, proprio queste leggi severe e polizie organizzate riescono ad evitare che una partita di calcio finisca per essere un bagno di sangue o una battaglia generale. I tifosi lasciati liberi, pregni dello spirito di emulazione, cui si deve addebitare ogni intemperanza, che in una folla nasce spontaneo (il motivo che spinge il singolo sportivo a tanto, dovrebbe essere argomento di indagine, non certo a mo' di programma televisivo, magari con contorno di ballerinette discinte, di preti che non mancano mai in ogni trasmissione, di psicologi che ormai sanno come fare spettacolo di se stessi con l'abbassare il livello delle loro prestazioni al compiacimento delle folle, di una psicologia sociale dello sportivo e dei fan, p.e., di un cantante in voga al momento; qualcosa a proposito delle classifiche da hit-parade ha detto Fromm, credo che basterebbe rileggersi il saggio), che è quello che fa commettere le atrocità, tornerebbero ad essere ciò che erano in antiquo.
Da dette passioni non sono certo esenti i narratori degli stadi, i giornalisti sportivi. Sì, certo, essi sono persone che si suppone ce l'abbiano una cultura. Bisognerebbe, però, verificarlo caso per caso. Naturalmente quando si parla di cultura si intende una saggezza acquisita tramite la ponderazione e la riflessione su fatti della propria vita o di quella degli altri, ma anche la capacità di giudicare nel modo più giusto possibile ogni esperienza, ogni apprendimento, ogni lettura, ogni azione, ogni gesto, ogni evento storico, etc., in modo da ottenere un giudizio qualitativamente superiore, forse più vicino alla verità (si tralascino qui le facili filosofie... ma la verità non è comprensibile... la verità ha mille facce... l'unica verità è nel Cristo o nella Madonna, etc.) e di sapere con più facilità reprimere i propri istinti belluini ed a proporsi agli altri dal lato migliore della propria personalità. Una partita di calcio, quindi, resta la mimesi di uno scontro fra due parti avverse, che proprio come in una vera battaglia si muovono schiera contro schiera. Il frasario, il lessico, con cui queste operazioni vengono illustrate, non poteva che essere quello militare. Sorge il sospetto che i giornalisti sportivi frequentino, come propedeutica al loro lavoro, un corso accelerato di strategia e tattica militare, magari quali ospiti, per di più pagati, delle accademie militari d'Italia.
Chi avrà letto, almeno per una volta nella sua vita, la Gazzetta dello Sport, può facilmente verificare come la descrizione di una partita di calcio avvenga tramite frasi come: "Gilberto sfonda la difesa avversaria e avanza in profondità, portandosi davanti alla porta avversaria, cittadella inespugnata da molte partite, e, aggirando l'ala destra, con una manovra accerchiante, costringe il terzino Peppino a retrocedere sparando, infine, dalla distanza di due chilometri una cannonata in porta avversaria, che viene prontamente respinta a tutta forza dal pronto ed immediato intervento della vigile sentinella". Alle volte si può arrivare, in queste mirabolanti descrizioni, a brani di vera eccelsa poesia, accettabile, sempre se si accetta, però, il mondo da cui proviene.
E' forse questo un giornalismo non violento? La contraria dimostrazione dovrebbe usufruire di prove incontestabili, prove e non sentito dire o pareri o opinioni, ma giudizi cioè conclusione cui si è giunti tramite la ricerca.
I dibattiti sul giornalismo e suoi giudizi televisivi.
Non ne esistono. Sì, qualcuno ha avuto luogo, ma, solo per inciso, in altre trasmissioni e per qualche minuto. Di trasmissioni approntate al solo unico scopo di discutere di giornalismo e giornalisti, condotti non da giornalisti, in cui possono intervenire anche coloro che giornalisti non sono e che sarebbero gli unici veri accusatori del cattivo giornalismo, non se ne parla neanche. Certamente, se i dibattiti sul giornalismo venissero condotti e discussi solo da giornalisti, essi si concluderebbero in un niente di fatto, ed è una vecchia storia, cane non mangia cane. Nessun giornalista si sognerebbe di dire peste e corna di un collega, sapendo che in futuro il calunniato, non appena l'occasione gliene porgesse il destro, si vendicherebbe dicendo, a sua volta, peste e corna contro il suo antico calunniatore.
Se il giornalismo è necessario, se si vuole sapere come vada il mondo, a parte quel potere di scelta di cui si è parlato in avanti, spesso non necessari sembrano essere proprio i giornalisti.
Già dal primo nascere del capitalismo moderno, il giornalismo fu subito sorvegliato, vigilato e asservito agli interessi dei padroni che non vedevano nessuno scopo a che vicende proprie venissero spiattellate in pubblico, dato che la forza dirompente delle accuse, persino quando queste non erano provate, ma solo sospettate, era una minaccia che dovevano rendere nulla, se non avessero voluto danneggiarsi da sé. Da qui quell'associarsi tacito fra politica e giornalismo.
Tutti hanno visto e sentito in televisione la cronaca parlamentare. Un uomo, romanescamente parlando in piedi in un corridoio deserto di uno dei palazzi del potere, snocciola, senza alcuna ombra di incertezza o tentativo di interpretazione, la notizia del giorno, enumerando con voce monotona, in cui spesso alcune parole, a causa del cattivo accento o pronuncia e difetto di respirazione nel dire, restano incomprensibili, cose e avvenimenti, come se fossero pacchi da numerare e da consegnare allo spedizioniere. E' una cronaca non scarna, che già sarebbe un pregio, e neanche disadorna, altro pregio, ma solo noiosa, e anche inutile perché non vale del politico enunciare, momento per momento, tutte le sue mosse o tutto ciò che abbia fatto in una giornata parlamentare, quanto il significato di ciò che ha fatto. Per far questo, c'è bisogno di un cervello abituato all'analisi (non quella che fanno i telegiornali ove, e lo si ripete, l'analisi consiste nel far dire ad un altro le cose che sono già state dette prima, per altri l'analisi si riduce a deformare la notizia finché essa appare consona agli interessi del padrone che paga loro lo stipendio), un'abitudine a rivoltare la notizia come se fosse un vecchio vestito da rimodernare, spiegandone le conseguenze, i lati incomprensibili, a chi giova politicamente l'approvazione della norma, a quali mali mette rimedio, quale situazione risana e se, cosa molto più importante, veramente quella norma sia, non solo la medicina che si cercava, ma quella che sul serio metterà fine, una volta per sempre, alla malattia etc.
In fondo, ciò che veramente interessa ai giornalisti è mantenere quella buona apparenza di persone ligie al potere del momento (riproponendosi ciò come un lato del loro provincialismo) e, nello stesso tempo, porre tutta la loro efficienza non sulla qualità di quanto annunciano dagli schermi, spesso con accenti di meraviglia, per suscitare curiosità, o di mesta tristezza (per commuovere) e senso del falso trepido e commosso raccoglimento per le anime dei morti colleghi (per suscitare rispetto per la loro professione, un'occasione, questa, che mai si lascerebbero sfuggire, proponendo, perché solo a ciò serve, una lode sperticata di se stessi, a controbattere l'eventuale critica che su di essi e sul giornalismo esiste), ma sul come fare spettacolo con quello che dicono. Tutto ciò non fa del giornalismo un mezzo per informare, ma lo fa appartenere all'immensa industria del divertimento.
Caratteristica del gioco è la leggerezza data dalla superficialità e dall'irrealtà (ciò vale anche per intendere cosa in fondo sia lo sport, quello degli stadi delle piste, del tennis, etc.) di ogni situazione, per cui, alla fine, non ci può essere niente che possa essere considerato come una diversa situazione reale con la sua importanza, gravità, drammaticità, etc. Fare assumere al gioco dei contorni di realtà, cosa che può avvenire solo con una finzione più che teatrale, comunque sempre forzata e, quindi, non naturale, che mai può avere, significa trasformarlo in un comportamento schizofrenico dove lamenti e grida per quanti alti possano essere, comunque nascono da un qualcosa che non ha niente a che fare con il reale. Ascoltare i commenti dei giornalisti, le disquisizioni e i bizantinismi sull'effettuazione o meno di un gol da parte di un calciatore, sulla sanità fisica del piede di un tennista, sull'angolazione di un calcio di rigore, se esisteva nello schieramento della barriera un varco di pochi centimetri o una voragine di dieci metri, per non parlare dei commenti salaci ed offensivi sulle azioni degli arbitri, di solito sempre sbagliate e colpevoli, sullo slancio o sull'infaticabilità di un tennista, e via di seguito, riuscendo a raggiungere altissimi ed inusitati vertici di vera mistica, o di sdegnato accanimento con cui gli stessi, uno contro l'altro, discutono in lungo e largo, arrivando a situazioni di vero scontro fisico (spettacolo ormai consueto nei programmi sportivi della TV), assume l'aspetto di un che d'assurdo. Che, forse, tutto quel calore, quella passione (alle volte troppo esagerata per essere vera) nasconda una marcata affermazione della propria virilità, creduta in difetto, stante l'immancabile ed indimostrabile equazione fissa nelle menti degli sportivi della domenica, per cui, p.e., calciatore = essere umano molto virile? Poi, che significa virile? Chi è virile? Che cosa bisogna possedere o di che cosa bisogna essere forniti per essere dichiarati, a buon diritto, degli uomini virili?
E' l'incipit preferito, l'unico, con cui passando da una situazione ad un'altra o da un argomento ad un altro, un presentatore, un conduttore, un giornalista, insomma, passa alla presentazione di un personaggio, di un cantante, di un balletto.
"Ed ecco... adesso andiamo a presentarvi la cantante Mariangela Bianchi, che vi canterà... Non è molto più semplice dire: "Ecco! Adesso vi presento la cantante Mariangela Bianchi che vi canterà...?" Quell'andiamo a non indica affatto che lui, il conduttore, vada in qualche posto, dato che resta immobile lì, davanti alle telecamere e né può dire di andarci insieme al pubblico, dato che usa il noi pronome di prima persona plurale?
FINE DELLA QUINTA PAGINA
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I N D I C E D E I P A R A G R A F I
La pronuncia della lingua italiana e straniera
La lettura del telegiornale o di ogni altro scritto
Lo sport e le cronache sportive
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