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A V V I S O P R O P E D E U T I C O
Riguardo alle affermazioni, alle asserzioni, ai giudizi e anche alle opinioni espresse in questo sito, si fanno sempre salve le eccezioni, che, data la duplicità dell'esperienza umana, perfino in quella religiosa, non mancano mai. Un tanto, per non sentirsi ripetere stupidamente la frase, ormai logora a un punto tale, da non dire più niente, che non si può fare di ogni erba un fascio, frase molto nota ai politici che, per giustificare le loro magagne o i loro intrallazzi, usano ripeterla a ogni piè sospinto, anche dove l'uso di essa non avrebbe senso!
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La televisione, quindi, nel prospettare una mondo che non esiste, un mondo artificiale, si pone come mediatrice tra il giornalista, che ricostruisce quel mondo e colui, lo spettatore, che lo apprende. La qualità di quel riporto, poiché il giornalista è costretto a scegliere fra le molte notizie che a lui giungono o che comunque gli vengono riferite, dipende dalla sua cultura generale e specifica, dalla sua onestà, dalla sua lealtà, dal suo ubbidire più o meno ossequiosamente agli ordini di scuderia, specie nel caso in cui lo stalliere capo paghi molto bene, dall'essere un moralista o un bacchettone, dall'essere un misero ipocrita, un immondo intrallazzista, uno che sia baro o immischiato in vicende strane e misteriose etc. Tutto ciò, tuttavia, è naturale che accada specie in corpi, enti, società o club, composti da numerosissimi soci, persone. I giornalisti, presi in massa, non hanno a propria disposizione una buona cultura, cioè di un sistema d'idee che permetta loro d'inquadrare nel giusto verso ogni fenomeno che cada sotto i loro occhi, riducendosi, quella, normalmente, a reminiscenze scolastiche, spesso deformate o mal digerite, fra le quali, fra l'altro, spicca la più completa assenza di cultura scientifica e musicale, dove le aberrazioni, cui il giornalista è soggetto e con le quali esibisce se stesso come insignificante figura, dovrebbero far parte di un modello di comicità, costituita da un miserevole campionario di deformazioni e di retrocessioni mentali, perché anch'essi, che non si illudano, come tutti, sono vittime, spessissimo, ancora meno consapevoli del resto della gente, che quelle stesse deformazioni subisce e ciò in ogni scibile, ogni sapere o in ogni cultura. E' questa necessità/potere di scelta che, oltre a fare paura (quanti, non forniti di capacità critica ne subiscono l'influsso e finiscono per vivere con le idee sbagliate?), si presta a buone o a cattive azioni. Dove il giornalismo è libero da pastoie o da interessi venali, allora si può sperare che ciò che venga rivelato lo sia nel modo più leale possibile. Ciò non accade per il semplice motivo che un giornale è un industria e come tale deve seguire le regole del mercato e quindi deve essere più richiesto degli altri e per farlo deve offrire cose e specializzarsi in cose che altri giornali non forniscono o se lo fanno lo è in modo transitorio. Spesso, a tali fini, il giornale instaura una sua politica personale, una specie di merceologia politica d'azienda, nel senso che sceglie specie di notizie in cui si specializza ed anche se non è organo di un partito, tuttavia assumendo qua e là delle posizioni a seconda della convenienza o meno. Un esempio sono quei giornalacci che pubblicano notizie di omicidi, tradimenti coniugali, di strani rapporti sessuali, di ladri e di prostitute redente o meno, di omosessuali conviventi more uxorio e così via, assecondando, in tal modo, le curiosità morbose di buona parte della gente incolta.
La cultura striminzita produce, oltre che un basso criterio di critica (che, spesso, si riduce, quando esiste, ad una visione stupidamente moralistica), un basso linguaggio, nel quale, anche quando intervengono colpi d'ala della fantasia, questi sono pedissequamente copiati un l'altro, a parte la sussistenza di una qualche originalità. Lo scandalo del Watergate fece epoca e, da allora in poi, il giornalista italiano usa la parola gate come suffisso da aggiungere ad ogni qualsiasi altra parola, creando così, artificialmente (ed è ciò per cui non si può dire che il nostro vocabolario si sia arricchito di un nuovo termine) un neologismo che dura finché colui che se ne serve non sia morto o non sia andato in pensione o non gli sia stato vietato di scrivere o che abbia smesso d'usarlo sua sponte, senza che nessuno glielo abbia imposto. Di tutto ciò l'infantilismo è una naturale conseguenza, sempre che si tenga presente la necessità d'appianare il linguaggio e, quindi, la lingua che si usa, in modo da ottenere il maggior ascolto possibile. Non per altro, le trasmissioni che hanno maggior successo sono quelle dove la lingua è un misto di dialetto e di italiano, ricopiando quest'ultimo e adattando a sé la fraseologia ed i modi di dire del primo. Le frasi sono semplicissime, soggetto, verbo e complemento, ed è evitato qualsiasi costrutto (non mi riferisco, certo, al periodare di una Thomas Mann, ma a scrittori italiani non necessariamente geniali, ma che comunque usano una lingua decente, corretta e senza sbavature, tipo l'uso del gate) che non sia costruito perennemente da un solo periodo, il principale, senza che l'eventuale periodo dipendente, quando esiste, possa essere formato da più di due, tre parole. In ciò non deve e non può assolutamente vedersi un'eventuale perizia del giornalista, ma una cosa naturale, perché è lui stesso a parlare in quel modo e quindi, non deve fare alcuno sforzo.
Quindi, il giornalismo televisivo come onnipresenza nel senso di inutile invadenza in ogni attività del paese, che accampa diritti che non gli spettano, come quello di tormentare la parte lesa di un delitto o l'ossessivo tentativo come l'inseguimento accanito del sospettato di un crimine lungo le strade e cosi via!
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I N D I C E
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